Malebolge: l’ottavo cerchio dell’inganno
Il Canto XVIII dell’Inferno apre una delle sezioni più complesse e simbolicamente potenti della Divina Commedia: Malebolge, l’ottavo cerchio, destinato ai peccatori di frode e inganno. Dante descrive un’enorme conca di pietra ferrigna, suddivisa in dieci bolge, fossati concentrici collegati da ponti, dove la pena è calibrata con precisione chirurgica sul peccato commesso.
In questo canto assistiamo alle prime due bolge:
- nella prima, i ruffiani e seduttori sono nudi e frustati senza tregua da demoni cornuti;
- nella seconda, gli adulatori sono immersi nello sterco, metafora brutale delle parole false e lusinghiere che hanno prodotto in vita.
Il contesto storico e sociale è quello di un Medioevo in cui la parola aveva un valore pubblico e politico enorme: l’inganno verbale, la mediazione corrotta, la seduzione interessata erano colpe gravissime perché minavano la fiducia collettiva. Dante colpisce figure storiche e mitologiche (Venedico Caccianemico, Giasone, Taide) per mostrare come la frode attraversi ogni livello della società, dal mito alla cronaca cittadina.
Testo Originale: CANTO XVIII
Luogo è in inferno detto Malebolge,
tutto di pietra di color ferrigno,
come la cerchia che dintorno il volge.
Nel dritto mezzo del campo maligno
vaneggia un pozzo assai largo e profondo,
di cui suo loco dicerò l’ordigno.
Quel cinghio che rimane adunque è tondo
tra ’l pozzo e ’l piè de l’alta ripa dura,
e ha distinto in dieci valli il fondo.
Quale, dove per guardia de le mura
più e più fossi cingon li castelli,
la parte dove son rende figura,
tale imagine quivi facean quelli;
e come a tai fortezze da’ lor sogli
a la ripa di fuor son ponticelli,
così da imo de la roccia scogli
movien che ricidien li argini e ’ fossi
infino al pozzo che i tronca e raccogli.
In questo luogo, de la schiena scossi
di Gerion, trovammoci; e ’l poeta
tenne a sinistra, e io dietro mi mossi.
A la man destra vidi nova pieta,
novo tormento e novi frustatori,
di che la prima bolgia era repleta.
Nel fondo erano ignudi i peccatori;
dal mezzo in qua ci venien verso ’l volto,
di là con noi, ma con passi maggiori,
come i Roman per l’essercito molto,
l’anno del giubileo, su per lo ponte
hanno a passar la gente modo colto,
che da l’un lato tutti hanno la fronte
verso ’l castello e vanno a Santo Pietro;
da l’altra sponda vanno verso ’l monte.
Di qua, di là, su per lo sasso tetro
vidi demon cornuti con gran ferze,
che li battien crudelmente di retro.
Ahi come facean lor levar le berze
a le prime percosse! già nessuno
le seconde aspettava né le terze.
Mentr’io andava, li occhi miei in uno
furo scontrati; e io sì tosto dissi:
«Già di veder costui non son digiuno».
Per ch’io a figurarlo i piedi affissi;
e ’l dolce duca meco si ristette,
e assentio ch’alquanto in dietro gissi.
E quel frustato celar si credette
bassando ’l viso; ma poco li valse,
ch’io dissi: «O tu che l’occhio a terra gette,
se le fazion che porti non son false,
Venedico se’ tu Caccianemico.
Ma che ti mena a sì pungenti salse?».
Ed elli a me: «Mal volentier lo dico;
ma sforzami la tua chiara favella,
che mi fa sovvenir del mondo antico.
I’ fui colui che la Ghisolabella
condussi a far la voglia del marchese,
come che suoni la sconcia novella.
E non pur io qui piango bolognese;
anzi n’è questo luogo tanto pieno,
che tante lingue non son ora apprese
a dicer ’sipa’ tra Sàvena e Reno;
e se di ciò vuoi fede o testimonio,
rècati a mente il nostro avaro seno».
Così parlando il percosse un demonio
de la sua scuriada, e disse: «Via,
ruffian! qui non son femmine da conio».
I’ mi raggiunsi con la scorta mia;
poscia con pochi passi divenimmo
là ’v’uno scoglio de la ripa uscia.
Assai leggeramente quel salimmo;
e vòlti a destra su per la sua scheggia,
da quelle cerchie etterne ci partimmo.
Quando noi fummo là dov’el vaneggia
di sotto per dar passo a li sferzati,
lo duca disse: «Attienti, e fa che feggia
lo viso in te di quest’altri mal nati,
ai quali ancor non vedesti la faccia
però che son con noi insieme andati».
Del vecchio ponte guardavam la traccia
che venìa verso noi da l’altra banda,
e che la ferza similmente scaccia.
E ’l buon maestro, sanza mia dimanda,
mi disse: «Guarda quel grande che vene,
e per dolor non par lagrime spanda:
quanto aspetto reale ancor ritene!
Quelli è Iasón, che per cuore e per senno
li Colchi del monton privati féne.
Ello passò per l’isola di Lenno,
poi che l’ardite femmine spietate
tutti li maschi loro a morte dienno.
Ivi con segni e con parole ornate
Isifile ingannò, la giovinetta
che prima avea tutte l’altre ingannate.
Lasciolla quivi, gravida, soletta;
tal colpa a tal martiro lui condanna;
e anche di Medea si fa vendetta.
Con lui sen va chi da tal parte inganna:
e questo basti de la prima valle
sapere e di color che ’n sé assanna».
Già eravam là ’ve lo stretto calle
con l’argine secondo s’incrocicchia,
e fa di quello ad un altr’arco spalle.
Quindi sentimmo gente che si nicchia
ne l’altra bolgia e che col muso scuffa,
e sé medesma con le palme picchia.
Le ripe eran grommate d’una muffa,
per l’alito di giù che vi s’appasta,
che con li occhi e col naso facea zuffa.
Lo fondo è cupo sì, che non ci basta
loco a veder sanza montare al dosso
de l’arco, ove lo scoglio più sovrasta.
Quivi venimmo; e quindi giù nel fosso
vidi gente attuffata in uno sterco
che da li uman privadi parea mosso.
E mentre ch’io là giù con l’occhio cerco,
vidi un col capo sì di merda lordo,
che non parea s’era laico o cherco.
Quei mi sgridò: «Perché se’ tu sì gordo
di riguardar più me che li altri brutti?».
E io a lui: «Perché, se ben ricordo,
già t’ho veduto coi capelli asciutti,
e se’ Alessio Interminei da Lucca:
però t’adocchio più che li altri tutti».
Ed elli allor, battendosi la zucca:
«Qua giù m’hanno sommerso le lusinghe
ond’io non ebbi mai la lingua stucca».
Appresso ciò lo duca «Fa che pinghe»,
mi disse «il viso un poco più avante,
sì che la faccia ben con l’occhio attinghe
di quella sozza e scapigliata fante
che là si graffia con l’unghie merdose,
e or s’accoscia e ora è in piedi stante.
Taide è, la puttana che rispuose
al drudo suo quando disse “Ho io grazie
grandi apo te?”: “Anzi maravigliose!”.
E quinci sien le nostre viste sazie».
Malebolge Flow: estetica trap e giustizia divina
In “Malebolge Flow – Diciottesimo canto”, questa architettura infernale viene riletta con un linguaggio trap moderno, cupo e diretto, che sostituisce la terzina con barre secche, immagini crude e un beat che martella come le frustate dei demoni.
La mia versione mantiene il registro narrativo, ma lo traduce in una cronaca urbana dell’inferno: Malebolge diventa un non-luogo contemporaneo, fatto di cemento, ferro e fango, dove la colpa non è astratta ma fisica, visibile, dolorosa.
Il lessico mescola slang, riferimenti colti e metafore corporee, proprio come Dante mescolava latino, volgare e parlato quotidiano.
Il flow alterna momenti descrittivi a passaggi più introspettivi, trasformando il viaggio con Virgilio in una sorta di camminata notturna tra colpe, nomi e responsabilità, dove nessuno può più nascondersi dietro il linguaggio.
Testo Canzone: Malebolge Flow (Trap Track)
Malebolge, fra’, pietra ferrigna,
dieci valli, dieci storie, zio, fango e sangue e merda!
(yeah)
sto guardando giù dal ponte,
(la verità ti brucia)
è l’ottavo cerchio, fratè, qui la colpa pesa come piombo.
Nel mezzo del campo maligno,
c’è un pozzo che inghiotte il sogno,
cammino dietro al duca, occhi aperti, non dormo,
(giù nell’abisso)
nudi, flagellati da demoni cornuti,
qui non serve l’alibi, fratè, solo il dolore che sudi.
Venedico, ruffiano, Bologna lo ricorda,
(sporca la lingua, venduta la sorella)
la voce gli trema, la frusta gli morde la schiena,
ogni bugia, una pena, ogni inganno, una catena.
(Zio, qui non c’è scena)
Jason cammina, sguardo regale ma spento,
ha ingannato Medea, ora paga col tormento.
(la giustizia divina non fa sconti, bro)
E su questo beat, pure De Sanctis lo direbbe:
“è la legge morale che taglia, che fende.”
Benvenuto a Malebolge, bro, (benvenuto giù),
qui non si finge, fra’, ogni ferita è verità,
flagelli e merda, la scena è cruda,
nessuno scappa, ogni anima nuda.
Benvenuto a Malebolge, zio, (eh),
non c’è rispetto, qui la lingua è lama,
chi lusingava ora sbatte la testa,
tra sterco e pena, qui la gloria è infame.
Guardo Alessio, lo riconosco,
(era pulito, ora è sepolto nello schifo)
dice che la lingua sua l’ha condannato,
(ogni lode falsa, un chiodo nel fianco)
fratè, l’adulazione è veleno dorato,
lo sa pure Contini: la parola è un patto spezzato.
Taide si graffia, ride, piange, bestemmia,
(“maravigliose”, diceva)
ora s’affoga nel fetore che crea,
ogni bugia che suona dolce pesa come pietra.
Eh, Malebolge è scuola,
qui impari che il flow della vita è giustizia che vola.
Benvenuto a Malebolge, bro,
dove ogni verso è verità,
ogni beat è una condanna,
ogni barra una cicatrice qua.
Benvenuto a Malebolge, zio,
non c’è cash, non c’è fama,
solo lacrime e fiamme,
e un eco che ti chiama.
(la voce del passato ti segue) [Outro – rallentamento del beat, voce sussurrata]
Cammino nel ferro,
guardo la pietra che brucia,
ogni anima racconta una strofa,
ogni bolgia, un pezzo che sputa verità,
(qui non si mente più, fratè).
Dal poema al beat: dialogo tra Dante e la trap
Il legame tra il canto originale e il brano trap non è solo tematico, ma strutturale.
- Malebolge:
Dante la descrive come una macchina perfetta della punizione; nella versione trap diventa una zona, un girone urbano governato da regole inflessibili, dove “la colpa pesa come piombo”. - I ruffiani e le frustate:
La pena fisica inflitta dai demoni viene resa attraverso il ritmo incalzante del beat e immagini di violenza secca, senza abbellimenti, coerenti con l’estetica trap più cruda. - Venedico e Giasone:
Dante li presenta come esempi eterni di inganno sessuale e politico. Nel brano diventano figure archetipiche, simboli di chi usa le persone come merce, ieri come oggi. - Gli adulatori nello sterco:
È forse il punto di contatto più forte: la parola falsa, svuotata di verità, viene punita con un’immersione totale nel suo stesso prodotto. Nel testo trap, la lingua come arma e come condanna ritorna più volte, fino a diventare una lezione morale esplicita.
In entrambe le versioni, il messaggio è identico: chi manipola attraverso le parole verrà schiacciato dal peso di quelle stesse parole. Cambia il suono, cambia il ritmo, ma la giustizia resta.
Conclusione: Malebolge come specchio contemporaneo
Questa versione trap non modernizza Dante per semplificarlo, ma per riattivarne la violenza morale. Malebolge non è solo un luogo medievale: è un sistema che riconosciamo ancora oggi, fatto di seduzione interessata, lusinghe professionali, inganni narrativi e promesse vuote.
Il beat sostituisce la terzina, ma la funzione è la stessa: costringere chi ascolta a guardare giù, dentro il pozzo, e riconoscere che certe colpe non hanno epoca.
