Il Canto XX dell’Inferno è uno dei più duri e simbolicamente potenti della Divina Commedia. Dante e Virgilio si trovano nell’ottava bolgia di Malebolge, dove sono puniti indovini, astrologi, maghi e falsi profeti: coloro che, in vita, hanno preteso di scrutare il futuro e piegare il destino umano attraverso arti divinatorie.
Il contrappasso è tra i più celebri dell’opera: le loro teste sono girate all’indietro, costringendoli a camminare guardando solo ciò che è già stato. Chi voleva vedere troppo avanti è ora condannato a non poter vedere davanti a sé nemmeno un passo. Le lacrime scorrono lungo la schiena e bagnano le natiche: un’immagine crudele, volutamente disturbante, che Dante utilizza per colpire emotivamente il lettore.
Sul piano storico e sociale, il canto riflette la condanna medievale delle pratiche divinatorie, diffuse anche nelle corti e nei centri urbani del tempo. Dante non attacca solo la superstizione popolare, ma anche la presunzione intellettuale di chi crede di poter sostituire la Provvidenza con il calcolo, l’astrologia o la magia.
Testo Originale: Canto XX
Di nova pena mi conven far versi
e dar matera al ventesimo canto
de la prima canzon ch’è d’i sommersi.
Io era già disposto tutto quanto
a riguardar ne lo scoperto fondo,
che si bagnava d’angoscioso pianto;
e vidi gente per lo vallon tondo
venir, tacendo e lagrimando, al passo
che fanno le letane in questo mondo.
Come ’l viso mi scese in lor più basso,
mirabilmente apparve esser travolto
ciascun tra ’l mento e ’l principio del casso;
ché da le reni era tornato ’l volto,
e in dietro venir li convenia,
perché ’l veder dinanzi era lor tolto.
Forse per forza già di parlasia
si travolse così alcun del tutto;
ma io nol vidi, né credo che sia.
Se Dio ti lasci, lettor, prender frutto
di tua lezione, or pensa per te stesso
com’io potea tener lo viso asciutto,
quando la nostra imagine di presso
vidi sì torta, che ’l pianto de li occhi
le natiche bagnava per lo fesso.
Certo io piangea, poggiato a un de’ rocchi
del duro scoglio, sì che la mia scorta
mi disse: «Ancor se’ tu de li altri sciocchi?
Qui vive la pietà quand’è ben morta;
chi è più scellerato che colui
che al giudicio divin passion comporta?
Drizza la testa, drizza, e vedi a cui
s’aperse a li occhi d’i Teban la terra;
per ch’ei gridavan tutti: “Dove rui,
Anfiarao? perché lasci la guerra?”.
E non restò di ruinare a valle
fino a Minòs che ciascheduno afferra.
Mira c’ha fatto petto de le spalle:
perché volle veder troppo davante,
di retro guarda e fa retroso calle.
Vedi Tiresia, che mutò sembiante
quando di maschio femmina divenne
cangiandosi le membra tutte quante;
e prima, poi, ribatter li convenne
li duo serpenti avvolti, con la verga,
che riavesse le maschili penne.
Aronta è quel ch’al ventre li s’atterga,
che ne’ monti di Luni, dove ronca
lo Carrarese che di sotto alberga,
ebbe tra ’ bianchi marmi la spelonca
per sua dimora; onde a guardar le stelle
e ’l mar no li era la veduta tronca.
E quella che ricuopre le mammelle,
che tu non vedi, con le trecce sciolte,
e ha di là ogne pilosa pelle,
Manto fu, che cercò per terre molte;
poscia si puose là dove nacqu’io;
onde un poco mi piace che m’ascolte.
Poscia che ’l padre suo di vita uscìo,
e venne serva la città di Baco,
questa gran tempo per lo mondo gìo.
Suso in Italia bella giace un laco,
a piè de l’Alpe che serra Lamagna
sovra Tiralli, c’ha nome Benaco.
Per mille fonti, credo, e più si bagna
tra Garda e Val Camonica e Pennino
de l’acqua che nel detto laco stagna.
Loco è nel mezzo là dove ’l trentino
pastore e quel di Brescia e ’l veronese
segnar poria, s’e’ fesse quel cammino.
Siede Peschiera, bello e forte arnese
da fronteggiar Bresciani e Bergamaschi,
ove la riva ’ntorno più discese.
Ivi convien che tutto quanto caschi
ciò che ’n grembo a Benaco star non può,
e fassi fiume giù per verdi paschi.
Tosto che l’acqua a correr mette co,
non più Benaco, ma Mencio si chiama
fino a Governol, dove cade in Po.
Non molto ha corso, ch’el trova una lama,
ne la qual si distende e la ’mpaluda;
e suol di state talor essere grama.
Quindi passando la vergine cruda
vide terra, nel mezzo del pantano,
sanza coltura e d’abitanti nuda.
Lì, per fuggire ogne consorzio umano,
ristette con suoi servi a far sue arti,
e visse, e vi lasciò suo corpo vano.
Li uomini poi che ’ntorno erano sparti
s’accolsero a quel loco, ch’era forte
per lo pantan ch’avea da tutte parti.
Fer la città sovra quell’ossa morte;
e per colei che ’l loco prima elesse,
Mantua l’appellar sanz’altra sorte.
Già fuor le genti sue dentro più spesse,
prima che la mattia da Casalodi
da Pinamonte inganno ricevesse.
Però t’assenno che, se tu mai odi
originar la mia terra altrimenti,
la verità nulla menzogna frodi».
E io: «Maestro, i tuoi ragionamenti
mi son sì certi e prendon sì mia fede,
che li altri mi sarien carboni spenti.
Ma dimmi, de la gente che procede,
se tu ne vedi alcun degno di nota;
ché solo a ciò la mia mente rifiede».
Allor mi disse: «Quel che da la gota
porge la barba in su le spalle brune,
fu – quando Grecia fu di maschi vòta,
sì ch’a pena rimaser per le cune –
augure, e diede ’l punto con Calcanta
in Aulide a tagliar la prima fune.
Euripilo ebbe nome, e così ’l canta
l’alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
Quell’altro che ne’ fianchi è così poco,
Michele Scotto fu, che veramente
de le magiche frode seppe ’l gioco.
Vedi Guido Bonatti; vedi Asdente,
ch’avere inteso al cuoio e a lo spago
ora vorrebbe, ma tardi si pente.
Vedi le triste che lasciaron l’ago,
la spuola e ’l fuso, e fecersi ’ndivine;
fecer malie con erbe e con imago.
Ma vienne omai, ché già tiene ’l confine
d’amendue li emisperi e tocca l’onda
sotto Sobilia Caino e le spine;
e già iernotte fu la luna tonda:
ben ten de’ ricordar, ché non ti nocque
alcuna volta per la selva fonda».
Sì mi parlava, e andavamo introcque.
Testa al contrario: Estetica e linguaggio della versione trap
In questa versione trap, il canto viene trasportato in un immaginario sonoro cupo, urbano, claustrofobico. Il beat è pesante, rallentato, quasi ipnotico: richiama l’idea del loop di pena infernale, dove ogni passo è ripetizione e condanna.
Il linguaggio è diretto, contemporaneo, volutamente sporco. L’Inferno non è più solo un luogo ultraterreno, ma diventa una condizione mentale e sociale: senso di colpa, ossessione per il controllo, bisogno di “sapere prima” in un mondo che brucia di ansia e previsioni.
Il flow alterna momenti narrativi a esplosioni più aggressive, mentre i ritornelli funzionano come mantra: “testa al contrario” non è solo la pena degli indovini, ma una metafora di chi vive prigioniero delle proprie fissazioni, incapace di guardare avanti in modo sano.
Testo Canzone: Testa al Contrario (Trap Track)
Intro(Tono lento, sospeso, con eco e synth scuri)
Yoh…
(Guardami)
Sto scendendo dove il pianto è fango, fratè…
Nel cerchio dei sommersi, senza più specchi, senza più tempo.
(Non voltarti, zio)
Strofa 1(Tono narrativo, flow medio, voce roca e stanca)
Ho visto gente camminare al contrario,
viso nel culo, passo funerario.
Piangono piano, lagrime a catena,
l’Inferno, brò, è solo un loop di pena.
Drizzo la testa, ma la guida mi spacca,
mi dice: “Fratè, qui la pietà è morta, stacca!”.
(Non provare a capire, guarda e passa)
È la punizione di chi voleva troppo —
vedere il domani, giocare col fuoco.
Ritornello(Base pesante, rullante profondo)
Testa al contrario, non guardo più avanti,
sto nei miei guai come gli indovini erranti.
Yoh, le stelle mi ridono in faccia,
ma la strada è chiusa, frà, la colpa mi abbraccia.
(Testa al contrario, testa al contrario…)
Ogni visione è una fottuta condanna,
come dice Sapegno, fratè, l’arte inganna.
(Testa al contrario…)
Strofa 2(Ritmo crescente, tono più aggressivo)
Vedo Tiresia cambiare di sesso,
Michel Scotto fare magie col verso.
Bonatti e Asdente pentiti di tardi,
volevano il futuro ma han perso i soldi.
(Mantova, yeah, nata su ossa morte)
Manto la maga, visione distorta,
in un pantano trovò la sua sorte,
fratè, dal fango è nata una città forte.
(Guarda, zio)
Non è mito, è una lezione di stile,
come direbbe Barbi, l’allegoria è sottile.
Chi gioca coi segni si frega la vita,
il contrappasso, fratè, non fallisce mai — è dritta.
Ritornello
Testa al contrario, non guardo più avanti,
sto nei miei guai come gli indovini erranti.
Le stelle mi parlano, ma non ci credo,
mi fido solo del suono, del mio credo.
(Testa al contrario, fratellaccio, yeah)
Cammino indietro, guardo la paura,
l’Inferno è dentro — non è una figura.
Bridge(Tono riflessivo, autotune tenue)
Io piangevo sopra un sasso duro,
Virgilio mi disse: “Bro, non c’è futuro”.
(Guarda indietro, ma non troppo, frà)
Il giudizio è divino, ma la pena è mia,
le lacrime scendono, bagnano la via.
Outro(Chiusura cupa, eco lungo)
Yoh…
Testa al contrario, anima dritta.
“Si mi parlava, e andavamo introcque…”
Ogni passo è un cerchio, ogni verso una ferita.
(La luna tonda, fratè… ricordati)
Fine del viaggio — ma la visione resta.
Dal contrappasso medievale al disagio moderno
Dialogo tra Dante e il brano trap
Il legame tra il testo originale e il brano trap è strutturale, non decorativo. Il cuore del canto — il contrappasso — rimane intatto, ma viene riletto attraverso categorie moderne.
Gli indovini di Dante diventano, nel brano, figure ossessionate dal domani, dal successo, dal controllo, dal “sapere come va a finire”.
Virgilio, che nel poema rimprovera Dante per la sua pietà, nella canzone assume il ruolo della voce lucida che dice: “qui la pietà è morta”, invitando a guardare senza sentimentalismi.
Le figure classiche (Tiresia, Manto, Bonatti) restano presenti, ma convivono con riferimenti culturali contemporanei e con il lessico della strada, creando un ponte tra allegoria medievale e disagio urbano.
Se Dante usa il verso per educare e ammonire, la mia versione usa la trap per mettere a disagio, per costringere l’ascoltatore a riconoscersi. L’Inferno non è più solo sotto terra: è nella testa, nelle scelte sbagliate, nella paura di vivere senza garanzie.
Vedere troppo, vivere peggio
Una lettura personale del Canto XX
Il Canto XX parla di un errore eternamente attuale: confondere il desiderio di capire con la volontà di dominare. Dante lo condanna con una pena fisica estrema; la mia trap lo traduce in alienazione, paranoia, senso di colpa.
In entrambi i casi, il messaggio è chiaro: chi rinuncia al presente per inseguire un’illusione di controllo sul futuro finisce per camminare all’indietro, prigioniero delle proprie ossessioni. La musica diventa così un nuovo commento critico al testo dantesco, non una sua semplificazione, ma una sua prosecuzione emotiva.
Luigi Nuscis, nato a Carbonia nel 1974, è un software developer che coltiva la passione per l’informatica fin da bambino. Tutto è iniziato nel 1985 con un Atari 800XL, e da allora la curiosità si è trasformata in una professione, nel 1999.
In questo blog racconta esperienze, ricordi e curiosità, intrecciando tecnologia, scienza e amore per la scrittura.