Il canto della pece e dell’inganno
Il Canto XXII dell’Inferno si colloca nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, Malebolge, dove Dante punisce i barattieri, ovvero coloro che hanno fatto commercio illecito del potere pubblico, vendendo favori, giustizia e decisioni politiche in cambio di denaro. La pena è tra le più celebri e visivamente potenti della Divina Commedia: i dannati sono immersi in una pece bollente, vischiosa e nera, simbolo della segretezza e della corruzione che hanno caratterizzato le loro azioni in vita.
Il canto è dominato dalla presenza dei Malebranche, una squadra di demoni grotteschi, violenti e sarcastici, che sorvegliano la bolgia come una pattuglia armata. Il tono è sorprendentemente teatrale e quasi farsesco: Dante alterna immagini crude a momenti di ironia nera, inseguimenti, dialoghi beffardi e scene d’azione. Sullo sfondo emerge una critica durissima alla classe dirigente del tempo, in particolare ai funzionari pubblici e ai politici corrotti, in un’Italia medievale segnata da instabilità, lotte di potere e tradimenti continui.
Testo Original: Canto XXII
Io vidi già cavalier muover campo,
e cominciare stormo e far lor mostra,
e talvolta partir per loro scampo;
corridor vidi per la terra vostra,
o Aretini, e vidi gir gualdane,
fedir torneamenti e correr giostra;
quando con trombe, e quando con campane,
con tamburi e con cenni di castella,
e con cose nostrali e con istrane;
né già con sì diversa cennamella
cavalier vidi muover né pedoni,
né nave a segno di terra o di stella.
Noi andavam con li diece demoni.
Ahi fiera compagnia! ma ne la chiesa
coi santi, e in taverna coi ghiottoni.
Pur a la pegola era la mia ’ntesa,
per veder de la bolgia ogne contegno
e de la gente ch’entro v’era incesa.
Come i dalfini, quando fanno segno
a’ marinar con l’arco de la schiena,
che s’argomentin di campar lor legno,
talor così, ad alleggiar la pena,
mostrav’alcun de’ peccatori il dosso
e nascondea in men che non balena.
E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l’altro grosso,
sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.
I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’elli ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.
I’ sapea già di tutti quanti ’l nome,
sì li notai quando fuorono eletti,
e poi ch’e’ si chiamaro, attesi come.
«O Rubicante, fa che tu li metti
li unghioni a dosso, sì che tu lo scuoi!»,
gridavan tutti insieme i maladetti.
E io: «Maestro mio, fa, se tu puoi,
che tu sappi chi è lo sciagurato
venuto a man de li avversari suoi».
Lo duca mio li s’accostò allato;
domandollo ond’ei fosse, e quei rispuose:
«I’ fui del regno di Navarra nato.
Mia madre a servo d’un segnor mi puose,
che m’avea generato d’un ribaldo,
distruggitor di sé e di sue cose.
Poi fui famiglia del buon re Tebaldo:
quivi mi misi a far baratteria;
di ch’io rendo ragione in questo caldo».
E Ciriatto, a cui di bocca uscia
d’ogne parte una sanna come a porco,
li fé sentir come l’una sdruscia.
Tra male gatte era venuto ’l sorco;
ma Barbariccia il chiuse con le braccia,
e disse: «State in là, mentr’io lo ’nforco».
E al maestro mio volse la faccia:
«Domanda», disse, «ancor, se più disii
saper da lui, prima ch’altri ’l disfaccia».
Lo duca dunque: «Or dì : de li altri rii
conosci tu alcun che sia latino
sotto la pece?». E quelli: «I’ mi partii,
poco è, da un che fu di là vicino.
Così foss’io ancor con lui coperto,
ch’i’ non temerei unghia né uncino!».
E Libicocco «Troppo avem sofferto»,
disse; e preseli ’l braccio col runciglio,
sì che, stracciando, ne portò un lacerto.
Draghignazzo anco i volle dar di piglio
giuso a le gambe; onde ’l decurio loro
si volse intorno intorno con mal piglio.
Quand’elli un poco rappaciati fuoro,
a lui, ch’ancor mirava sua ferita,
domandò ’l duca mio sanza dimoro:
«Chi fu colui da cui mala partita
di’ che facesti per venire a proda?».
Ed ei rispuose: «Fu frate Gomita,
quel di Gallura, vasel d’ogne froda,
ch’ebbe i nemici di suo donno in mano,
e fé sì lor, che ciascun se ne loda.
Danar si tolse, e lasciolli di piano,
sì com’e’ dice; e ne li altri offici anche
barattier fu non picciol, ma sovrano.
Usa con esso donno Michel Zanche
di Logodoro; e a dir di Sardigna
le lingue lor non si sentono stanche.
Omè, vedete l’altro che digrigna:
i’ direi anche, ma i’ temo ch’ello
non s’apparecchi a grattarmi la tigna».
E ’l gran proposto, vòlto a Farfarello
che stralunava li occhi per fedire,
disse: «Fatti ’n costà, malvagio uccello!».
«Se voi volete vedere o udire»,
ricominciò lo spaurato appresso
«Toschi o Lombardi, io ne farò venire;
ma stieno i Malebranche un poco in cesso,
sì ch’ei non teman de le lor vendette;
e io, seggendo in questo loco stesso,
per un ch’io son, ne farò venir sette
quand’io suffolerò, com’è nostro uso
di fare allor che fori alcun si mette».
Cagnazzo a cotal motto levò ’l muso,
crollando ’l capo, e disse: «Odi malizia
ch’elli ha pensata per gittarsi giuso!».
Ond’ei, ch’avea lacciuoli a gran divizia,
rispuose: «Malizioso son io troppo,
quand’io procuro a’ mia maggior trestizia».
Alichin non si tenne e, di rintoppo
a li altri, disse a lui: «Se tu ti cali,
io non ti verrò dietro di gualoppo,
ma batterò sovra la pece l’ali.
Lascisi ’l collo, e sia la ripa scudo,
a veder se tu sol più di noi vali».
O tu che leggi, udirai nuovo ludo:
ciascun da l’altra costa li occhi volse;
quel prima, ch’a ciò fare era più crudo.
Lo Navarrese ben suo tempo colse;
fermò le piante a terra, e in un punto
saltò e dal proposto lor si sciolse.
Di che ciascun di colpa fu compunto,
ma quei più che cagion fu del difetto;
però si mosse e gridò: «Tu se’ giunto!».
Ma poco i valse: ché l’ali al sospetto
non potero avanzar: quelli andò sotto,
e quei drizzò volando suso il petto:
non altrimenti l’anitra di botto,
quando ’l falcon s’appressa, giù s’attuffa,
ed ei ritorna sù crucciato e rotto.
Irato Calcabrina de la buffa,
volando dietro li tenne, invaghito
che quei campasse per aver la zuffa;
e come ’l barattier fu disparito,
così volse li artigli al suo compagno,
e fu con lui sopra ’l fosso ghermito.
Ma l’altro fu bene sparvier grifagno
ad artigliar ben lui, e amendue
cadder nel mezzo del bogliente stagno.
Lo caldo sghermitor sùbito fue;
ma però di levarsi era neente,
sì avieno inviscate l’ali sue.
Barbariccia, con li altri suoi dolente,
quattro ne fé volar da l’altra costa
con tutt’i raffi, e assai prestamente
di qua, di là discesero a la posta;
porser li uncini verso li ’mpaniati,
ch’eran già cotti dentro da la crosta;
e noi lasciammo lor così ’mpacciati.
Fuori dalla Pece
La mia versione trap, “Fuori dalla Pece”, trasporta l’immaginario dantesco in un contesto urbano, contemporaneo e sonoro, utilizzando il linguaggio della trap per restituire l’idea di una colpa che brucia, di una fuga continua e di un potere che corrompe chi lo tocca. La pece diventa metafora di un sistema sporco e soffocante, una rete da cui tutti cercano di scappare, ma che lascia segni indelebili.
Lo stile è diretto, crudo, con un flow moderno che alterna strofe narrative a ritornelli martellanti. I demoni diventano figure di controllo e repressione, quasi guardiani di un inferno metropolitano, mentre i barattieri assumono i tratti di uomini di strada, funzionari infedeli, traditori del proprio contesto. Il linguaggio mescola slang, immagini violente e riflessioni amare, mantenendo però un filo costante con il testo originale.
Testo Canzone: Fuori dalla Pece (Trap Track)
Yo, fuori dalla pece, sguardo che brucia, frà
(la gente si nasconde, tutti in corsa, brò)
I demoni ruggiscono, la strada è infuocata
(tutti quanti sbagliano, ma chi paga, chi? frà)
Siamo in mezzo alla fiamma, fuori dalla pece,
traditori di fronte, non c’è scampo, se se.
La giustizia che brucia, ma noi scappiamo,
come il cuore di Gomita, noi barattiamo, yo!
(Chi tradisce non torna mai, non ci credi, eh?)
Fuori dalla pece, la merda ci prende,
ma nessuno ci vede, fuori dalla rete, frà.
Le ali bruciano, ma noi restiamo,
come i malebranche, non ci fermiamo.
Occhi che fiammeggiano, vedo i demoni,
tutti intorno, ma nessuno ti protegge, bro.
I traditori scivolano, la colpa ci resta,
la tua pelle scotta, ma tu non ti arrendi.
Fuori dalla chiesa, in taverna coi ghiottoni,
la fame di potere non ti lascia mai, no.
“Rubicante, fammi vedere il gioco”,
gridano tutti, ma nessuno è pronto a pagare il prezzo.
La pece ti prende, frà, non hai via d’uscita,
questo è il prezzo del tradimento, la tua vita.
(Questa è la vita che ci schiaccia,
non ti puoi fermare, anche se brucia,
la strada è buia, ma il cuore non mente.)
Yo, frà, siamo in guerra con noi stessi.
Ragazzi che saltano, si immergono nel fango,
ma la verità è che siamo tutti sbagliati, troppo!
Ci sentiamo invincibili, ma il giudizio arriva,
non si scappa, siamo dentro questa lotta.
Ruggiscono, i demoni ti guardano in faccia,
ma chi ha tradito la strada ora paga, secco.
“La vendetta è dolce” diceva il vecchio,
ma qui nessuno vince, tutti siamo frantumati.
Dove sei, quando il traditore ti frega?
(faccia tosta, mano stretta, niente fede)
Il baratto è il gioco, il potere ci chiama,
ma le tue scelte ti bruciano, come lava.
Siamo in mezzo alla fiamma, fuori dalla pece,
traditori di fronte, non c’è scampo, se se.
La giustizia che brucia, ma noi scappiamo,
come il cuore di Gomita, noi barattiamo, yo!
(Chi tradisce non torna mai, non ci credi, eh?)
Fuori dalla pece, la merda ci prende,
ma nessuno ci vede, fuori dalla rete, frà.
Le ali bruciano, ma noi restiamo,
come i malebranche, non ci fermiamo.
(Non è finita, la corsa è ancora lunga,
con i demoni che ti inseguono nella fossa…)
Siamo scappati, ma dentro ci resta l’ombra.
I barattieri cadono, ma noi restiamo in piedi,
le cicatrici sono il nostro marchio, fra.
Nel caldo della pece non c’è redenzione,
solo chi tradisce trova la sua dannazione.
(Guarda, guarda… il prezzo è troppo alto, ma se scappi, sei solo)
Yo, fuori dalla pece, nessuno è salvo, frà.
La strada è lunga, ma la verità arriva,
come il falco sopra il suo gioco, e tu?
Tu sei solo un’altra preda.
Dalla bolgia alla strada
Confronto tra Dante e il brano trap
Nel Canto XXII Dante costruisce una scena dinamica, quasi cinematografica: i peccatori emergono e scompaiono come rane, i demoni urlano, si tradiscono tra loro, cadono nella pece che dovrebbero controllare. Nella versione trap, questa tensione diventa movimento continuo, fuga, paranoia. Il Navarrese che inganna i demoni e si salva con un balzo trova eco nel tema ricorrente del “farla franca”, del tentativo di scappare alle conseguenze.
La figura di Gomita, simbolo della baratteria istituzionalizzata, viene richiamata esplicitamente come cuore del tradimento: non più solo politico medievale, ma archetipo universale di chi vende tutto per convenienza. I Malebranche, con la loro ferocia disordinata, si riflettono nell’immaginario trap come presenze minacciose, sempre pronte a colpire, ma non onnipotenti.
Se Dante usa la pece per rappresentare l’occultamento della colpa, questa versione la trasforma in un ambiente totale: una condizione esistenziale. Uscire dalla pece non significa salvarsi, ma portarsi addosso cicatrici, sospetto e dannazione interiore.
Tradire ieri, tradire oggi
Attualità di un inferno senza tempo
Il dialogo tra il Canto XXII e “Fuori dalla Pece” mostra quanto il tema della corruzione sia ancora attuale. Cambiano i linguaggi, cambiano i contesti, ma il meccanismo resta identico: potere, scambio, inganno, fuga. Dante condanna senza appello; la trap racconta dall’interno, con la consapevolezza di chi vive nel sistema che critica.
Questa versione non riscrive Dante: lo attraversa, lo campiona, lo fa risuonare in un beat contemporaneo. La pece medievale diventa asfalto bollente, il demonio diventa controllo sociale, e il peccatore resta sempre lo stesso uomo, convinto di poterla fare franca.
