Il peso dell’ipocrisia
Il Canto XXIII dell’Inferno si colloca nella sesta bolgia dell’ottavo cerchio, Malebolge, ed è dedicato alla punizione degli ipocriti. Dante e Virgilio fuggono dai Malebranche, i demoni incontrati nel canto precedente, e trovano rifugio in una bolgia popolata da anime che avanzano lentamente, schiacciate dal peso di cappe apparentemente dorate ma internamente di piombo.
Il canto è attraversato da una forte tensione narrativa: prima la fuga concitata, poi l’improvviso rallentamento imposto dalla pena degli ipocriti. L’immagine centrale è quella della dissimulazione: chi in vita mostrava virtù e rettitudine, ora è condannato a portare addosso il peso reale della propria falsità morale.
Dal punto di vista storico e sociale, Dante colpisce figure ben riconoscibili del suo tempo: uomini di potere religioso e politico che, dietro un’apparenza di equilibrio e mediazione, hanno agito per interesse personale. La presenza di Catalano e Loderingo, frati godenti bolognesi, e soprattutto la figura di Caifa crocifisso a terra, trasformano il canto in una durissima denuncia contro l’ipocrisia istituzionalizzata.
Testo Originale: Canto XXIII
Taciti, soli, sanza compagnia
n’andavam l’un dinanzi e l’altro dopo,
come frati minor vanno per via.
Vòlt’era in su la favola d’Isopo
lo mio pensier per la presente rissa,
dov’el parlò de la rana e del topo;
ché più non si pareggia ’mo’ e ’issa’
che l’un con l’altro fa, se ben s’accoppia
principio e fine con la mente fissa.
E come l’un pensier de l’altro scoppia,
così nacque di quello un altro poi,
che la prima paura mi fé doppia.
Io pensava così: ’Questi per noi
sono scherniti con danno e con beffa
sì fatta, ch’assai credo che lor nòi.
Se l’ira sovra ’l mal voler s’aggueffa,
ei ne verranno dietro più crudeli
che ’l cane a quella lievre ch’elli acceffa’.
Già mi sentia tutti arricciar li peli
de la paura e stava in dietro intento,
quand’io dissi: «Maestro, se non celi
te e me tostamente, i’ ho pavento
d’i Malebranche. Noi li avem già dietro;
io li ’magino sì, che già li sento».
E quei: «S’i’ fossi di piombato vetro,
l’imagine di fuor tua non trarrei
più tosto a me, che quella dentro ’mpetro.
Pur mo venieno i tuo’ pensier tra ’ miei,
con simile atto e con simile faccia,
sì che d’intrambi un sol consiglio fei.
S’elli è che sì la destra costa giaccia,
che noi possiam ne l’altra bolgia scendere,
noi fuggirem l’imaginata caccia».
Già non compié di tal consiglio rendere,
ch’io li vidi venir con l’ali tese
non molto lungi, per volerne prendere.
Lo duca mio di sùbito mi prese,
come la madre ch’al romore è desta
e vede presso a sé le fiamme accese,
che prende il figlio e fugge e non s’arresta,
avendo più di lui che di sé cura,
tanto che solo una camiscia vesta;
e giù dal collo de la ripa dura
supin si diede a la pendente roccia,
che l’un de’ lati a l’altra bolgia tura.
Non corse mai sì tosto acqua per doccia
a volger ruota di molin terragno,
quand’ella più verso le pale approccia,
come ’l maestro mio per quel vivagno,
portandosene me sovra ’l suo petto,
come suo figlio, non come compagno.
A pena fuoro i piè suoi giunti al letto
del fondo giù, ch’e’ furon in sul colle
sovresso noi; ma non lì era sospetto;
ché l’alta provedenza che lor volle
porre ministri de la fossa quinta,
poder di partirs’indi a tutti tolle.
Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.
Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
Oh in etterno faticoso manto!
Noi ci volgemmo ancor pur a man manca
con loro insieme, intenti al tristo pianto;
ma per lo peso quella gente stanca
venìa sì pian, che noi eravam nuovi
di compagnia ad ogne mover d’anca.
Per ch’io al duca mio: «Fa che tu trovi
alcun ch’al fatto o al nome si conosca,
e li occhi, sì andando, intorno movi».
E un che ’ntese la parola tosca,
di retro a noi gridò: «Tenete i piedi,
voi che correte sì per l’aura fosca!
Forse ch’avrai da me quel che tu chiedi».
Onde ’l duca si volse e disse: «Aspetta
e poi secondo il suo passo procedi».
Ristetti, e vidi due mostrar gran fretta
de l’animo, col viso, d’esser meco;
ma tardavali ’l carco e la via stretta.
Quando fuor giunti, assai con l’occhio bieco
mi rimiraron sanza far parola;
poi si volsero in sé, e dicean seco:
«Costui par vivo a l’atto de la gola;
e s’e’ son morti, per qual privilegio
vanno scoperti de la grave stola?».
Poi disser me: «O Tosco, ch’al collegio
de l’ipocriti tristi se’ venuto,
dir chi tu se’ non avere in dispregio».
E io a loro: «I’ fui nato e cresciuto
sovra ’l bel fiume d’Arno a la gran villa,
e son col corpo ch’i’ ho sempre avuto.
Ma voi chi siete, a cui tanto distilla
quant’i’ veggio dolor giù per le guance?
e che pena è in voi che sì sfavilla?».
E l’un rispuose a me: «Le cappe rance
son di piombo sì grosse, che li pesi
fan così cigolar le lor bilance.
Frati godenti fummo, e bolognesi;
io Catalano e questi Loderingo
nomati, e da tua terra insieme presi,
come suole esser tolto un uom solingo,
per conservar sua pace; e fummo tali,
ch’ancor si pare intorno dal Gardingo».
Io cominciai: «O frati, i vostri mali…»;
ma più non dissi, ch’a l’occhio mi corse
un, crucifisso in terra con tre pali.
Quando mi vide, tutto si distorse,
soffiando ne la barba con sospiri;
e ’l frate Catalan, ch’a ciò s’accorse,
mi disse: «Quel confitto che tu miri,
consigliò i Farisei che convenia
porre un uom per lo popolo a’ martìri.
Attraversato è, nudo, ne la via,
come tu vedi, ed è mestier ch’el senta
qualunque passa, come pesa, pria.
E a tal modo il socero si stenta
in questa fossa, e li altri dal concilio
che fu per li Giudei mala sementa».
Allor vid’io maravigliar Virgilio
sovra colui ch’era disteso in croce
tanto vilmente ne l’etterno essilio.
Poscia drizzò al frate cotal voce:
«Non vi dispiaccia, se vi lece, dirci
s’a la man destra giace alcuna foce
onde noi amendue possiamo uscirci,
sanza costrigner de li angeli neri
che vegnan d’esto fondo a dipartirci».
Rispuose adunque: «Più che tu non speri
s’appressa un sasso che de la gran cerchia
si move e varca tutt’i vallon feri,
salvo che ’n questo è rotto e nol coperchia:
montar potrete su per la ruina,
che giace in costa e nel fondo soperchia».
Lo duca stette un poco a testa china;
poi disse: «Mal contava la bisogna
colui che i peccator di qua uncina».
E ’l frate: «Io udi’ già dire a Bologna
del diavol vizi assai, tra ’ quali udi’
ch’elli è bugiardo, e padre di menzogna».
Appresso il duca a gran passi sen gì,
turbato un poco d’ira nel sembiante;
ond’io da li ’ncarcati mi parti’
dietro a le poste de le care piante.
Fuga nella Bolgia: una riscrittura trap tra paranoia e gravità
In questa versione trap, il canto viene reinterpretato con un flow moderno e cupo, che alterna momenti di corsa ansiosa a sezioni più lente e pesanti, quasi claustrofobiche. Il linguaggio urbano e diretto trasforma la paura medievale in paranoia contemporanea, mantenendo però intatto il nucleo emotivo del testo dantesco.
Il ritmo segue la struttura narrativa:
- accelerato e frammentato durante la fuga dai Malebranche,
- rallentato e oppressivo nella bolgia degli ipocriti,
- drammatico e solenne nell’incontro con Caifa.
L’uso di immagini fisiche (il respiro corto, il peso, il corpo che cade, il figlio portato in salvo) rende l’Inferno un luogo corporeo e sensoriale, più che simbolico. Il linguaggio trap non semplifica Dante, ma ne traduce la violenza morale in una grammatica sonora e visiva attuale.
Testo Canzone: Fuga nella Bolgia (Trap Track)
Taciti nel buio, fratè, cammino secco
come frati scalzi nel vento stretto
yoh… la storia d’Isopo mi torna in petto (eco)
(la rana… il topo… si ribaltano)
e il pensiero scoppia — frà, mi sento stretto.
Le paranoie viaggiano a coppie, zio
ogni paura che raddoppia fa più brio (merda)
“Questi ci seguono, brò, non è un addio”
io penso mentre il sangue va più vivo.
E l’ira mischiata al mal voler
fa nascere bestie più nere del dover
(ali tese… li sento dietro…)
e mi si rizzano i peli, giuro sul mio rapper preferito.
«Maestro, se non ci nascondi adesso
quei Malebranche fanno un macello»
yoh, li sento anche se non li vedo, fratè
(ali… graffi… respiro spezzato).
Fuga nella bolgia, via dalla caccia
giù dalla ripa, brò, supini sulla roccia
come madre che prende il figlio e scappa,
solo la camicia addosso e il cuore che sbotta.
Yeh… Fuga nella bolgia, la sorte ci sbircia
chi scende non sale, la Provvidenza strizza.
(fiamme… vento… precipizio)
Fratè, qui l’Inferno spacca — ma noi si tira dritto.
Gente dipinta, passi lenti, cuori spenti
cappe dorate fuori, piombo dentro — pesanti.
Oh merda, frà, son come statue col pianto addosso
Federigo le voleva leggere? Qui le portano di grosso.
E noi con loro, man manca, ad ascoltare
il cigolio di ogni anima spezzata.
(Yoh… bilance rotte… pesi a piombo)
«Tenete i piedi!» — uno ci grida nel fosco
e due ci guardano: lenti, sfregiati, tosti.
«Costui pare vivo» — dicono col tono storto
e brò, mi fissano come fossi fuori posto.
Io rispondo: “Son nato sull’Arno, bella riva”
e loro: «Siamo frati godenti… vita cattiva».
Catalano e Loderingo — Bologna li chiama
(eco: ipocriti… rance… piombo che brucia l’anima)
E mentre parlano, fratè, mi torna in mente Contini,
quell’idea della parola che pesa più dei destini
(la voce… la colpa… la storia che schiaccia)
e qui il “peso” è vero, non è solo semantica, brò.
Poi lo vedo — croce a terra, tre pali di ferro
soffia nei peli della barba, frà, sembra un inferno nell’inferno.
Catalano spiega: «Consigliò i Farisei»
e ogni passante gli calca dolore, yeh.
(urlo strozzato… spine… sangue freddo)
Virgilio si ferma, sguardo in bilico
chiede la via destra, una fuga logica
ma il frate risponde: “C’è un sasso che s’avvicina
rotto, spaccato, frattura divina”.
Fratè, saliremo la rovina — yoh, non serve altro.
Fuga nella bolgia, via dalla caccia
giù dalla ripa, brò, supini sulla roccia
come madre che salva il figlio e scappa,
anche se il mondo cade e tutto crepa.
Fuga nella bolgia — che l’angelo nero passa
ma noi ci muoviamo veloci, testa bassa.
(pianto… correre… respiro rotto)
Il duca va avanti, passo largo, ira velata
io lo seguo, fratè, tra anime piegate.
E dietro a ogni pianta — dietro a ogni sasso —
l’Inferno chiama… ma noi si va più in basso.
(eco lontano: “bolgia… bolgia… bolgia…”)
Dante e la trap: corrispondenze tra testo originale e riscrittura
Il dialogo tra il canto originale e il brano trap è costante e strutturale.
- La fuga dai Malebranche
In Dante è una sequenza di tensione crescente, culminata nel gesto materno di Virgilio. Nella riscrittura trap diventa una scena quasi cinematografica, dominata dal battito accelerato, dall’ansia e dalla sensazione di essere braccati. - La bolgia degli ipocriti
Le cappe dorate di piombo diventano, nella versione trap, una metafora immediata di chi ostenta valore ma è vuoto e schiacciato dentro. Il “peso” non è solo morale, ma fisico, sonoro, ritmico. - Catalano, Loderingo e Caifa
Dante li usa come esempi storici e teologici. Questa versione li trasforma in simboli universali del potere ipocrita: figure che parlano, giudicano, decidono, ma finiscono immobilizzate sotto il peso delle proprie scelte. - Virgilio
Rimane il punto fermo: guida razionale, protettiva, quasi genitoriale. La sua funzione non cambia, ma viene resa più umana e immediata, vicina a una figura di salvezza in mezzo al caos.
In entrambi i testi, il messaggio è lo stesso: l’ipocrisia non è solo una colpa morale, ma una zavorra che blocca ogni movimento.
Inferno medievale, disagio moderno
Questa riscrittura trap non sostituisce Dante, ma lo attraversa. Il Canto XXIII parla di paura, fuga, apparenza e colpa: temi che funzionano ancora oggi, soprattutto in un linguaggio musicale che vive di tensione, identità e conflitto.
L’Inferno non è addolcito: è semplicemente raccontato con un altro suono. E il piombo delle cappe continua a pesare, anche sotto un beat moderno.
