La fatica della salita e la colpa che ritorna
Il Canto XXIV dell’Inferno si colloca nell’Ottava Bolgia di Malebolge, il cerchio riservato ai ladri. Dante e Virgilio vi giungono dopo una delle salite più faticose dell’intero poema: una scalata fisica che diventa immediatamente metafora morale.
Il canto si apre con una celebre similitudine stagionale: il contadino che, ingannato dalla brina mattutina, si dispera e poi ritrova speranza quando il sole scioglie l’illusione dell’inverno. Allo stesso modo Dante, stremato e impaurito, viene spronato da Virgilio a non cedere.
Il contesto storico e sociale è quello di un Medioevo segnato da instabilità politica, violenza e lotte di fazione. La figura di Vanni Fucci, ladro sacrilego e personaggio storico realmente esistito, incarna l’idea di una colpa non solo individuale ma anche civica: il peccato che corrompe la comunità. La bolgia è dominata da serpenti, trasformazioni, morte e rinascita forzata, simboli di una identità continuamente violata come punizione per chi ha rubato ciò che non gli apparteneva.
Testo Originale: Canto XXIV
In quella parte del giovanetto anno
che ’l sole i crin sotto l’Aquario tempra
e già le notti al mezzo dì sen vanno,
quando la brina in su la terra assempra
l’imagine di sua sorella bianca,
ma poco dura a la sua penna tempra,
lo villanello a cui la roba manca,
si leva, e guarda, e vede la campagna
biancheggiar tutta; ond’ei si batte l’anca,
ritorna in casa, e qua e là si lagna,
come ’l tapin che non sa che si faccia;
poi riede, e la speranza ringavagna,
veggendo ’l mondo aver cangiata faccia
in poco d’ora, e prende suo vincastro,
e fuor le pecorelle a pascer caccia.
Così mi fece sbigottir lo mastro
quand’io li vidi sì turbar la fronte,
e così tosto al mal giunse lo ’mpiastro;
ché, come noi venimmo al guasto ponte,
lo duca a me si volse con quel piglio
dolce ch’io vidi prima a piè del monte.
Le braccia aperse, dopo alcun consiglio
eletto seco riguardando prima
ben la ruina, e diedemi di piglio.
E come quei ch’adopera ed estima,
che sempre par che ’nnanzi si proveggia,
così, levando me sù ver la cima
d’un ronchione, avvisava un’altra scheggia
dicendo: «Sovra quella poi t’aggrappa;
ma tenta pria s’è tal ch’ella ti reggia».
Non era via da vestito di cappa,
ché noi a pena, ei lieve e io sospinto,
potavam sù montar di chiappa in chiappa.
E se non fosse che da quel precinto
più che da l’altro era la costa corta,
non so di lui, ma io sarei ben vinto.
Ma perché Malebolge inver’ la porta
del bassissimo pozzo tutta pende,
lo sito di ciascuna valle porta
che l’una costa surge e l’altra scende;
noi pur venimmo al fine in su la punta
onde l’ultima pietra si scoscende.
La lena m’era del polmon sì munta
quand’io fui sù, ch’i’ non potea più oltre,
anzi m’assisi ne la prima giunta.
«Omai convien che tu così ti spoltre»,
disse ’l maestro; «ché, seggendo in piuma,
in fama non si vien, né sotto coltre;
sanza la qual chi sua vita consuma,
cotal vestigio in terra di sé lascia,
qual fummo in aere e in acqua la schiuma.
E però leva sù: vinci l’ambascia
con l’animo che vince ogne battaglia,
se col suo grave corpo non s’accascia.
Più lunga scala convien che si saglia;
non basta da costoro esser partito.
Se tu mi ’ntendi, or fa sì che ti vaglia».
Leva’mi allor, mostrandomi fornito
meglio di lena ch’i’ non mi sentìa;
e dissi: «Va, ch’i’ son forte e ardito».
Su per lo scoglio prendemmo la via,
ch’era ronchioso, stretto e malagevole,
ed erto più assai che quel di pria.
Parlando andava per non parer fievole;
onde una voce uscì de l’altro fosso,
a parole formar disconvenevole.
Non so che disse, ancor che sovra ’l dosso
fossi de l’arco già che varca quivi;
ma chi parlava ad ire parea mosso.
Io era vòlto in giù, ma li occhi vivi
non poteano ire al fondo per lo scuro;
per ch’io: «Maestro, fa che tu arrivi
da l’altro cinghio e dismontiam lo muro;
ché, com’i’ odo quinci e non intendo,
così giù veggio e neente affiguro».
«Altra risposta», disse, «non ti rendo
se non lo far; ché la dimanda onesta
si de’ seguir con l’opera tacendo».
Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:
e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l’Etiopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
Tra questa cruda e tristissima copia
correan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:
con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa,
e ’n quel medesmo ritornò di butto.
Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.
E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,
quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
tal era il peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
Lo duca il domandò poi chi ello era;
per ch’ei rispuose: «Io piovvi di Toscana,
poco tempo è, in questa gola fiera.
Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana».
E io al duca: «Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi uomo di sangue e di crucci».
E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: «Più mi duol che tu m’hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
apri li orecchi al mio annunzio, e odi:
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetuosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
E detto l’ho perché doler ti debbia!».
Fumo e Scaglie
In “Fumo e Scaglie”, la mia versione trap del Canto XXIV, il linguaggio medievale lascia spazio a un flow moderno, freddo e urbano, capace di restituire la stessa durezza simbolica dell’originale.
Il beat sospeso, quasi glaciale, richiama l’apertura invernale del canto, mentre la scrittura alterna immagini crude a momenti riflessivi, mantenendo una forte tensione narrativa.
Il tema centrale non è solo il furto, ma il grind della salita, la fatica esistenziale, il resistere quando il fiato manca. Virgilio diventa una voce guida che suona come un mentore contemporaneo, quasi uno slogan motivazionale ma senza retorica: “la fama non nasce stando in piuma”.
La bolgia dei ladri viene tradotta in un immaginario viscerale: corpi nudi, serpenti come colpa che stringe, la cenere e la rinascita come loop infinito, fino all’esplosione simbolica della fenice.
Testo Canzone: Fumo e Scaglie (Trap Track)
Brò… è l’inverno che mi sveglia secco,
la terra bianca come bugia che dura poco, yoh…
(lo vedo)
il mondo gira, cambia faccia in un lampo,
io che cerco un varco mentre tutto crolla, fra’.
Villanello senza roba,
mi guardo intorno e tutto è neve, tutta merda che si scioglie in fretta,
(giù in fondo)
ma la speranza torna, spinge ancora,
come Dante quando il maestro lo tira su per quella roccia sfregiata,
zi’…
scalino dopo scalino, col fiato che manca,
ma Virgilio ha il piglio dolce e dice: “Non ti fermare,
la fama non nasce stando in piuma”,
(sale, sale)
questo inferno è un grind,
e ogni salita è un altro pezzo della mia vita che morde.
Ehi, frà, vinci l’ambascia,
che chi cade troppo spesso poi s’attacca a ogni roccia,
yoh…
e la scala è lunga, più lunga dei miei sbagli,
ma la strada è stretta e tocca passarci.
Sto nel buio, ma risalgo — fumo e scaglie, fumo e scaglie,
(lo giuro)
tra serpenti e facce nude, nella bolgia niente tregua,
fumo e scaglie, fumo e scaglie,
fratè, rinasco come fenice che da sola si raccoglie,
yoh… fumo e scaglie.
La Libia non si vanta, bro, le serpi qui son peggio,
chelidri, iaculi, faree… roba che ti scipa il sangue solo a guardarla,
(caduto giù)
gente nuda che corre, senza pertugio, senza scampo,
e un serpente gli entra nella carne, lì dove il collo tocca la spalla,
merda…
uno esplode in cenere più rapido di un “O” scritto di fretta,
e poi torna in vita —
fenice vibe…
(yoh, rinascita sporca)
E poi lo vedo: Vanni Fucci,
bestia più che uomo, Pistoia come tana,
lo guarda il mio maestro, e lui non scappa,
anzi, mi fissa con la sua vergogna addosso,
e dice che è ladro, che la sagrestia l’ha svuotata,
fottuto destino che lo butta giù così.
(fracassato)
Sto nel buio, ma risalgo — fumo e scaglie, fumo e scaglie,
(giuro che torno su)
tra serpenti e facce nude, nella bolgia niente tregua,
fumo e scaglie, fumo e scaglie,
fratè, rinasco come fenice che da sola si raccoglie,
yoh… fumo e scaglie.
E lui profetizza, parla di Toscana che brucia,
di Pistoia che si svuota, Firenze che cambia pelle,
(Marte sopra le teste)
nuvole torbide, tempeste di lame,
fratè… ogni parola è veleno che spacca l’aria.
Frà, questo inferno è strada lunga,
ma chi cade si rialza solo se guarda oltre il buio,
(lo sento)
e ogni bolgia è un monito — non sei solo, non sei salvo,
ma puoi ancora muoverti, puoi ancora salire,
yoh… fumo e scaglie,
finché il fiato tiene,
finché il maestro chiama.
Dal poema al beat: dialogo tra Dante e la trap
Il legame tra il Canto XXIV e questa versione trap non è decorativo, ma strutturale.
Nel testo originale, la salita sul ponte distrutto rappresenta la necessità di non fermarsi, anche quando il corpo cede. Nella mia versione, questa fatica diventa un’esperienza contemporanea: il percorso personale, il riscatto, la strada stretta che obbliga a passare comunque.
La figura di Vanni Fucci resta centrale: Dante lo mostra come uomo-bestia, dominato dalla vergogna e dalla rabbia. Nel brano trap, Vanni Fucci è il simbolo di chi è rimasto intrappolato nel proprio errore, incapace di sottrarsi alla propria reputazione e alla propria colpa.
La profezia politica finale del canto — Pistoia, Firenze, le tempeste di Marte — si trasforma in un presagio cupo, quasi una cronaca urbana, dove il caos collettivo riflette quello individuale.
In entrambi i casi, il messaggio è netto: la caduta non è la fine, ma la rinascita non è mai indolore.
Perché raccontare Dante oggi con la trap
Rileggere Dante attraverso la trap significa restituire al poema la sua natura originaria: un testo violento, politico, fisico, scritto per colpire e non per essere addomesticato.
“Fumo e Scaglie” non semplifica il canto, ma ne evidenzia l’attualità: il furto come perdita di identità, la punizione come ripetizione ossessiva, la salita come unica possibilità di salvezza.
Il risultato è un dialogo tra epoche diverse che parlano, sorprendentemente, la stessa lingua della fatica, del buio e della resistenza.
