Il furto che consuma l’identità
Il Venticinquesimo canto dell’Inferno è uno dei più visionari e disturbanti dell’intera Divina Commedia. Siamo nella settima bolgia dell’ottavo cerchio, Malebolge, dove sono puniti i ladri. Qui la pena non è solo fisica, ma ontologica: i dannati perdono continuamente la propria forma, la propria identità, la propria stabilità corporea.
Dante costruisce un canto dominato dalla metamorfosi, ispirandosi e superando i modelli classici di Ovidio e Lucano. I ladri sono aggrediti da serpenti che li legano, li penetrano, li fondono, li scambiano di posto con altre creature. Il peccato del furto — che in vita ha violato il confine tra “mio” e “tuo” — viene punito con la perdita del confine tra umano e bestiale, tra uno e due, tra individuo e materia informe.
Sul piano storico e sociale, Dante colpisce duramente Pistoia, simbolo di corruzione civica e violenza endemica, e inserisce figure mitologiche come Caco, trasformandole in strumenti di una giustizia divina implacabile. È un canto di rabbia, di disprezzo morale, ma anche di vertigine poetica: il lettore è costretto a “vedere” ciò che non dovrebbe esistere.
Testo Originale: Canto XXV
Al fine de le sue parole il ladro
le mani alzò con amendue le fiche,
gridando: «Togli, Dio, ch’a te le squadro!».
Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ’Non vo’ che più diche’;
e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
que non potea con esse dare un crollo.
Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d’incenerarti sì che più non duri,
poi che ’n mal fare il seme tuo avanzi?
Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: «Ov’è, ov’è l’acerbo?».
Maremma non cred’io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.
Lo mio maestro disse: «Questi è Caco,
che sotto ’l sasso di monte Aventino
di sangue fece spesse volte laco.
Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece».
Mentre che sì parlava, ed el trascorse
e tre spiriti venner sotto noi,
de’ quali né io né ’l duca mio s’accorse,
se non quando gridar: «Chi siete voi?»;
per che nostra novella si ristette,
e intendemmo pur ad essi poi.
Io non li conoscea; ma ei seguette,
come suol seguitar per alcun caso,
che l’un nomar un altro convenette,
dicendo: «Cianfa dove fia rimaso?»;
per ch’io, acciò che ’l duca stesse attento,
mi puosi ’l dito su dal mento al naso.
Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia,
e con li anterior le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue,
e dietro per le ren sù la ritese.
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.
Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: «Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno».
Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’eran due perduti.
Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste.
Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
Come ’l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse.
Elli ’l serpente, e quei lui riguardava;
l’un per la piaga, e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
Taccia Lucano ormai là dove tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio;
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;
ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e il feruto ristrinse insieme l’orme.
Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
Togliea la coda fessa la figura
che si perdeva là, e la sua pelle
si facea molle, e quella di là dura.
Io vidi intrar le braccia per l’ascelle,
e i due piè de la fiera, ch’eran corti,
tanto allungar quanto accorciavan quelle.
Poscia li piè di retro, insieme attorti,
diventaron lo membro che l’uom cela,
e ’l misero del suo n’avea due porti.
Mentre che ’l fummo l’uno e l’altro vela
di color novo, e genera ’l pel suso
per l’una parte e da l’altra il dipela,
l’un si levò e l’altro cadde giuso,
non torcendo però le lucerne empie,
sotto le quai ciascun cambiava muso.
Quel ch’era dritto, il trasse ver’ le tempie,
e di troppa matera ch’in là venne
uscir li orecchi de le gote scempie;
ciò che non corse in dietro e si ritenne
di quel soverchio, fé naso a la faccia
e le labbra ingrossò quanto convenne.
Quel che giacea, il muso innanzi caccia,
e li orecchi ritira per la testa
come face le corna la lumaccia;
e la lingua, ch’avea unita e presta
prima a parlar, si fende, e la forcuta
ne l’altro si richiude; e ’l fummo resta.
L’anima ch’era fiera divenuta,
suffolando si fugge per la valle,
e l’altro dietro a lui parlando sputa.
Poscia li volse le novelle spalle,
e disse a l’altro: «I’ vo’ che Buoso corra,
com’ho fatt’io, carpon per questo calle».
Così vid’io la settima zavorra
mutare e trasmutare; e qui mi scusi
la novità se fior la penna abborra.
E avvegna che li occhi miei confusi
fossero alquanto e l’animo smagato,
non poter quei fuggirsi tanto chiusi,
ch’i’ non scorgessi ben Puccio Sciancato;
ed era quel che sol, di tre compagni
che venner prima, non era mutato;
l’altr’era quel che tu, Gaville, piagni.
Metamorfosi del fumo: street imagery
In questa versione trap ho scelto di portare l’Inferno XXV dentro un immaginario urbano, oscuro e contemporaneo, mantenendo intatta la violenza simbolica del testo dantesco. Il linguaggio è diretto, sporco, spesso brutale, perché brutale è la pena descritta da Dante.
Il flow moderno, serrato e nervoso, accompagna il tema centrale della trasformazione continua: nulla è stabile, nulla resta uguale a sé stesso. Il fumo diventa elemento chiave — visivo, sonoro, simbolico — perché nasconde, deforma, confonde, proprio come la pena dei ladri.
Le serpi, i corpi che si fondono, le identità che collassano vengono tradotte in immagini da street culture, mantenendo però un rispetto profondo per la struttura narrativa originale.
La scelta di alternare strofe aggressive, ritornelli ipnotici e parti quasi sussurrate serve a ricreare la sensazione di spaesamento che il canto provoca: l’ascoltatore, come il lettore di Dante, non ha mai un terreno solido sotto i piedi.
Testo Canzone: Metamorfosi nel Fumo (Trap Track)
Yoh… fumo nero sale, fratè…
(serpi che strisciano)
Pistoia brucia ancora, zio merda…
E Dante già lo sapeva, bro…
Alza le fiche al cielo, ladro secco, yoh, (già si diceva nel medioevo!)
“Togli Dio”, urla, spacca il buio più del lampo… fratè.
Ma una serpe gli stringe il collo come un patto,
(“non vo’ che più diche”)
e un’altra gli blocca le mani, gli spezza il gesto, bro.
Ahi Pistoia… città sfregiata, fottuta radice che s’allarga,
brucia tutta, non restare… zio, la colpa è antica.
Nei cerchi scuri non c’è mai stato un superbo così,
neanche quello caduto a Tebe, merda…
E il centauro corre urlando: “Dov’è l’acerbo?”,
Maremma di serpenti, frate’, la groppa che ribolle.
E su le spalle un draco che sputa fuoco a chi tocca,
(ali aperte)
Caco nascosto sotto l’Aventino, sangue a pozze…
lì dove Ercole gli diede cento mazzate,
e dieci nemmeno le ha sentite, brò.
Tre spiriti sotto i piedi, nessuno li vede,
finché gridano “Chi siete voi?”,
e il mio dato va dal mento al naso, shh…
(“Cianfa dove fia rimaso?”)
E lì comincia il peggio, zio… la metamorfosi sporca.
Yoh, cambia forma, cambia pelle, fratè,
sfumano i volti nel fumo che sale…
(due nature che collidono)
Non sei più te, non sei più niente, bro,
Inferno 25 (twenty five) — metamorfosi nel fumo…
Spacca, zio, spacca…
La carne che si piega, il muso che s’allunga,
E gli altri gridano: “Agnel, come ti muti!”
(nero su bianco che muore)
Yoh… e nessuno resta quello che era.
Serpente a sei piedi che salta addosso,
morde guance, stringe braccia,
la coda s’infila tra le reni… merda,
mai edera s’era attaccata così, fratellaccio.
Si fondono come cera calda,
colore che diventa bruno come un papiro che brucia,
“qui Dante dipinge col fuoco”, bro.
Sono “visioni che disturbano l’anima”,
(lingua che si fende)
e come dargli torto, frà?
Due che diventano uno, uno che diventa due,
arti che si allungano, altri che spariscono,
piedi che diventano membra che l’uomo cela, zio…
e il fumo tinge tutto, crea peli da un lato
e li strappa via dall’altro.
Uno si tira su, l’altro crolla,
ma gli occhi restano fissi, empî,
mentre il muso si sposta verso le tempie,
orecchie che nascono, labbra che s’ingrossano, brò.
(forma che si spezza)
E l’altro diventa fiera e scappa soffolando,
mentre il nuovo uomo sputa parole come lame.
“Fai correre Buoso, frate’…
a carpon, come ho fatto io…”
(voce lontana)
Yoh, cambia forma, cambia pelle,
Inferno 25 (twenty five) vibra nelle vene…
(trasmutazione)
Non sei due e non sei uno, bro,
sei solo il caos che Dante ha visto.
Fratè… questa è metamorfosi nel fumo.
Puccio Sciancato resta, gli altri mutano,
Gaville piange, l’eco non muore…
(serpi che si dissolvono)
E io, fratè… io ancora ci vedo dentro.
Dal peccato medievale al caos moderno
Nel canto originale, il furto è visto come un peccato che nega l’identità altrui; nella mia versione trap questo concetto viene ampliato fino a parlare di perdita dell’identità personale, tema fortemente contemporaneo.
- Dante descrive ladri puniti da serpenti che li immobilizzano e li trasformano:
→ La versione trap rende i serpenti simboli di vincoli sociali, scelte sbagliate, violenza strutturale, dipendenze. - La metamorfosi fisica del poema (uomo-serpente, due che diventano uno)
→ diventa metamorfosi esistenziale, dove il soggetto non è più “sé stesso”, ma nemmeno altro: è solo caos. - L’invettiva contro Pistoia
→ si trasforma in una condanna più ampia delle radici marce, delle colpe che si tramandano, dei contesti che generano violenza. - Il virtuosismo poetico di Dante, che sfida Ovidio e Lucano
→ trova un parallelo nella sfida stilistica della trap: usare un linguaggio popolare e contemporaneo per raccontare una visione alta, colta e disturbante.
In entrambi i casi, il messaggio resta lo stesso: chi vive rubando agli altri finisce per perdere sé stesso.
Dante parla ancora il linguaggio di oggi!
Questo canto dimostra quanto Dante sia incredibilmente moderno. La sua ossessione per il corpo che cambia, per l’identità che si frantuma, per la punizione come spettacolo visivo, dialoga perfettamente con i linguaggi musicali e culturali di oggi.
Questa versione trap non sostituisce il testo originale, ma lo riaccende: lo fa respirare in un altro tempo, con altri suoni, ma con la stessa ferocia morale.
Il fumo, le serpi, il caos, la perdita di forma non sono solo immagini medievali: sono metafore ancora vive, ancora riconoscibili, ancora inquietanti.
