Il sangue della parola
Il Canto XXVIII dell’Inferno è ambientato nella Nona Bolgia dell’Ottavo Cerchio, dove Dante colloca i seminatori di scandalo e di scisma. Qui sono puniti coloro che, in vita, hanno diviso: famiglie, comunità politiche, religioni, alleanze. La pena è uno dei contrapassi più violenti e memorabili dell’intera Commedia: i dannati sono fisicamente squarciati, mutilati, separati nei corpi così come hanno separato gli altri con le parole e le azioni.
Il canto nasce in un contesto storico segnato da lotte politiche feroci, scismi religiosi e tradimenti interni: l’Italia comunale del Duecento, frammentata e sanguinosa. Dante attinge sia alla cronaca storica (Bertran de Born, Pier da Medicina, Curio, Mosca dei Lamberti) sia alla tradizione classica (Livio), costruendo una scena che è insieme poema, pamphlet politico e atto di accusa morale.
La lingua si fa estrema: Dante stesso dichiara l’insufficienza delle parole di fronte a ciò che vede. È un canto che riflette sul potere distruttivo del linguaggio, sulla responsabilità di chi parla, persuade, incita.
Testo Originale: Canto XXVIII
Chi poria mai pur con parole sciolte
dicer del sangue e de le piaghe a pieno
ch’i’ ora vidi, per narrar più volte?
Ogne lingua per certo verria meno
per lo nostro sermone e per la mente
c’hanno a tanto comprender poco seno.
S’el s’aunasse ancor tutta la gente
que già in su la fortunata terra
di Puglia, fu del suo sangue dolente
per li Troiani e per la lunga guerra
che de l’anella fé sì alte spoglie,
come Livio scrive, che non erra,
con quella che sentio di colpi doglie
per contastare a Ruberto Guiscardo;
e l’altra il cui ossame ancor s’accoglie
a Ceperan, là dove fu bugiardo
ciascun Pugliese, e là da Tagliacozzo,
dove sanz’arme vinse il vecchio Alardo;
e qual forato suo membro e qual mozzo
mostrasse, d’aequar sarebbe nulla
il modo de la nona bolgia sozzo.
Già veggia, per mezzul perdere o lulla,
com’io vidi un, così non si pertugia,
rotto dal mento infin dove si trulla.
Tra le gambe pendevan le minugia;
la corata pareva e ’l tristo sacco
che merda fa di quel che si trangugia.
Mentre che tutto in lui veder m’attacco,
guardommi, e con le man s’aperse il petto,
dicendo: «Or vedi com’io mi dilacco!
vedi come storpiato è Maometto!
Dinanzi a me sen va piangendo Alì,
fesso nel volto dal mento al ciuffetto.
E tutti li altri che tu vedi qui,
seminator di scandalo e di scisma
fuor vivi, e però son fessi così.
Un diavolo è qua dietro che n’accisma
sì crudelmente, al taglio de la spada
rimettendo ciascun di questa risma,
quand’avem volta la dolente strada;
però che le ferite son richiuse
prima ch’altri dinanzi li rivada.
Ma tu chi se’ che ’n su lo scoglio muse,
forse per indugiar d’ire a la pena
ch’è giudicata in su le tue accuse?».
«Né morte ’l giunse ancor, né colpa ’l mena»,
rispuose ’l mio maestro «a tormentarlo;
ma per dar lui esperienza piena,
a me, che morto son, convien menarlo
per lo ’nferno qua giù di giro in giro;
e quest’è ver così com’io ti parlo».
Più fuor di cento che, quando l’udiro,
s’arrestaron nel fosso a riguardarmi
per maraviglia obliando il martiro.
«Or dì a fra Dolcin dunque che s’armi,
tu che forse vedra’ il sole in breve,
s’ello non vuol qui tosto seguitarmi,
sì di vivanda, che stretta di neve
non rechi la vittoria al Noarese,
ch’altrimenti acquistar non sarìa leve».
Poi che l’un piè per girsene sospese,
Maometto mi disse esta parola;
indi a partirsi in terra lo distese.
Un altro, che forata avea la gola
e tronco ’l naso infin sotto le ciglia,
e non avea mai ch’una orecchia sola,
ristato a riguardar per maraviglia
con li altri, innanzi a li altri aprì la canna,
ch’era di fuor d’ogni parte vermiglia,
e disse: «O tu cui colpa non condanna
e cu’ io vidi su in terra latina,
se troppa simiglianza non m’inganna,
rimembriti di Pier da Medicina,
se mai torni a veder lo dolce piano
che da Vercelli a Marcabò dichina.
E fa saper a’ due miglior da Fano,
a messer Guido e anco ad Angiolello,
che, se l’antiveder qui non è vano,
gittati saran fuor di lor vasello
e mazzerati presso a la Cattolica
per tradimento d’un tiranno fello.
Tra l’isola di Cipri e di Maiolica
non vide mai sì gran fallo Nettuno,
non da pirate, non da gente argolica.
Quel traditor che vede pur con l’uno,
e tien la terra che tale qui meco
vorrebbe di vedere esser digiuno,
farà venirli a parlamento seco;
poi farà sì, ch’al vento di Focara
non sarà lor mestier voto né preco».
E io a lui: «Dimostrami e dichiara,
se vuo’ ch’i’ porti sù di te novella,
chi è colui da la veduta amara».
Allor puose la mano a la mascella
d’un suo compagno e la bocca li aperse,
gridando: «Questi è desso, e non favella.
Questi, scacciato, il dubitar sommerse
in Cesare, affermando che ’l fornito
sempre con danno l’attender sofferse».
Oh quanto mi pareva sbigottito
con la lingua tagliata ne la strozza
Curio, ch’a dir fu così ardito!
E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,
gridò: «Ricordera’ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, “Capo ha cosa fatta”,
che fu mal seme per la gente tosca».
E io li aggiunsi: «E morte di tua schiatta»;
per ch’elli, accumulando duol con duolo,
sen gio come persona trista e matta.
Ma io rimasi a riguardar lo stuolo,
e vidi cosa, ch’io avrei paura,
sanza più prova, di contarla solo;
se non che coscienza m’assicura,
la buona compagnia che l’uom francheggia
sotto l’asbergo del sentirsi pura.
Io vidi certo, e ancor par ch’io ’l veggia,
un busto sanza capo andar sì come
andavan li altri de la trista greggia;
e ’l capo tronco tenea per le chiome,
pesol con mano a guisa di lanterna;
e quel mirava noi e dicea: «Oh me!».
Di sé facea a sé stesso lucerna,
ed eran due in uno e uno in due:
com’esser può, quei sa che sì governa.
Quando diritto al piè del ponte fue,
levò ’l braccio alto con tutta la testa,
per appressarne le parole sue,
che fuoro: «Or vedi la pena molesta
tu che, spirando, vai veggendo i morti:
vedi s’alcuna è grande come questa.
E perché tu di me novella porti,
sappi ch’i’ son Bertram dal Bornio, quelli
che diedi al re giovane i ma’ conforti.
Io feci il padre e ’l figlio in sé ribelli:
Achitofèl non fé più d’Absalone
e di Davìd coi malvagi punzelli.
Perch’io parti’ così giunte persone,
partito porto il mio cerebro, lasso!,
dal suo principio ch’è in questo troncone.
Così s’osserva in me lo contrapasso».
Testo Canzone: Nona Bolgia -Contrappasso Trap- (Trap Track)
(cupa, lenta, sussurrata)
Chi può dirlo davvero, frà,
con parole sciolte, senza tagliarsi la lingua?
Qui il verbo sanguina,
la mente non regge il frame, yoh.
(ogni parola pesa più del silenzio)
(flow controllato, scuro)
Ho visto corpi parlare più delle bocche,
ferite aperte come feed senza blocche.
Qui la storia non è gloria, è scisma,
gente spezzata per aver diviso prima.
Livio lo scrive, la guerra non mente,
anelli, spoglie, sangue persistente.
Ma ‘sta bolgia, fratè, è un altro girone,
qui il dolore è algoritmo, non opinione.
Carne che pende, viscere in vista,
la verità è cruda, non è revisionista.
Merda che resta di ciò che trangugi,
parole seminate, ora le paghi, le sconti, le sbucci.
(tensione crescente)
Mi guarda e si apre, secco, il petto:
“Guarda come mi dilacco, com’è il concetto”.
(dividere è un atto, non solo un pensiero)
(martellante, ossessivo)
Questa è la nona bolgia, frà, spacca la vista,
chi ha diviso in vita ora è diviso, si sfregia.
Contrapasso che gira, non fa sconti a nessuno,
qui sei uno in due, brò, e due in uno.
Nona bolgia, yoh, legge ferma e feroce,
la colpa ti parla con la tua stessa voce.
(seminavi parole, raccogli ferite)
(più veloce, tagliente)
Maometto che cammina, il dolore che avanza,
Alì davanti, stessa danza.
Non è insulto, è visione medievale,
Dante guarda il mondo e lo rende brutale.
Contini direbbe: lingua che taglia il reale
Sapegno: storia che diventa morale
Qui il corpo è testo, il testo è condanna,
la carne commenta ciò che la mente inganna.
Un diavolo cuce, poi torna a tagliare,
reset quotidiano, impossibile scappare.
La ferita si chiude solo per riaprirsi,
come fake news pronte a reinserirsi.
(voce fuori campo, sospesa)
(chi divide comanda per poco)
(ma paga per sempre)
(più grave, quasi parlata)
Teste in mano come lampade al buio,
Bertran de Born, frà, cervello diviso dal suo io.
Padre contro figlio, potere malato,
ora il pensiero è separato dal capo.
Curio senza lingua, Mosca senza pace,
parole che accendono incendi che non sai spegnere.
Qui non c’è like, non c’è perdono,
solo la forma perfetta del tuo veleno.
Questa è la nona bolgia, zio, guarda e impara,
ogni strappo che fai poi la pelle lo paga.
Contrapasso che batte come 808,
(semi discordia, il corpo lo sai).
(lenta, dissolvenza)
Io resto a guardare, coscienza pulita,
la paura mi dice che è tutto reale, vita.
Dante cammina, io scrivo sul beat,
Inferno medievale sopra un trap kit.
(la legge non urla)
(la legge ti assomiglia)
Nona Bolgia (Contrappasso Trap)
In Nona Bolgia (Contrappasso Trap) questa violenza simbolica viene trasposta in un linguaggio trap contemporaneo, mantenendo intatto il nucleo concettuale del canto. Il beat diventa lo spazio della bolgia, il flow controllato e scuro ricalca l’incedere dei dannati, mentre il lessico alterna immagini medievali e riferimenti moderni (feed, algoritmo, fake news).
Questa versione non attenua l’orrore: lo traduce. Il corpo che parla al posto della bocca diventa metafora di una società dove la comunicazione è continua ma spesso irresponsabile. Il ritmo ossessivo del ritornello richiama la ciclicità della pena, mentre le strofe funzionano come quadri narrativi, fedeli alla successione dantesca ma filtrati da una sensibilità attuale.
Il risultato è una trap concettuale, cupa, quasi didattica, dove il linguaggio musicale serve a rendere percepibile il peso morale della colpa.
Dal poema al beat: dialogo tra Dante e la trap
Relazioni tra testo originale e brano
Il legame tra il canto dantesco e il brano trap è strutturale, non solo tematico.
- La divisione: nel poema è fisica (corpi spaccati), nel brano diventa anche comunicativa e sociale (“parole seminate” che tornano come ferite).
- Il contrapasso: Dante lo esplicita con Bertran de Born; nella trap ritorna come legge impersonale, quasi algoritmica, che “non fa sconti a nessuno”.
- Il corpo come testo: nel canto la carne racconta la colpa; nel brano il corpo è “commento”, superficie su cui la verità si scrive da sola.
- La responsabilità del dire: Curio senza lingua e Mosca senza pace diventano simboli eterni del potere distruttivo della parola, riletti in chiave contemporanea come incendi verbali, fake news, scismi moderni.
Questa versione non modernizza Dante per renderlo “più facile”, ma lo spinge avanti nel tempo, mostrando quanto la sua visione sia ancora leggibile, feroce e attuale.
