Il falso come malattia dell’anima
Il Canto XXIX dell’Inferno ci porta nell’ultima bolgia di Malebolge, il cerchio riservato ai falsari. Dante e Virgilio scendono tra corpi devastati, anime consunte da piaghe, scabbia, febbri e deformazioni. È uno dei canti più crudi dell’intera Divina Commedia, dove la sofferenza fisica diventa la rappresentazione diretta del peccato morale.
Il contesto storico e sociale è quello di un Medioevo profondamente segnato dal valore della fiducia: nella moneta, nella parola data, nei saperi. Il falsario non è solo un truffatore, ma qualcuno che mina le basi stesse della convivenza civile. Per questo Dante lo colloca nel punto più basso di Malebolge, affidandolo a una giustizia che non ha bisogno di spiegazioni: il corpo stesso diventa condanna.
In questo canto emergono figure reali, come Capocchio, alchimista aretino realmente esistito, e un violento attacco alla vanità senese, segno di come Dante usi l’Inferno anche come strumento di critica sociale e politica.
Testo Originale: Canto XXIX
La molta gente e le diverse piaghe
avean le luci mie sì inebrïate,
che de lo stare a piangere eran vaghe.
Ma Virgilio mi disse: «Che pur guate?
perché la vista tua pur si soffolge
là giù tra l’ombre triste smozzicate?
Tu non hai fatto sì a l’altre bolge;
pensa, se tu annoverar le credi,
che miglia ventidue la valle volge.
E già la luna è sotto i nostri piedi:
lo tempo è poco omai che n’è concesso,
e altro è da veder che tu non vedi».
«Se tu avessi», rispuos’io appresso,
«atteso a la cagion perch’io guardava,
forse m’avresti ancor lo star dimesso».
Parte sen giva, e io retro li andava,
lo duca, già faccendo la risposta,
e soggiugnendo: «Dentro a quella cava
dov’io tenea or li occhi sì a posta,
credo ch’un spirto del mio sangue pianga
la colpa che là giù cotanto costa».
Allor disse ’l maestro: «Non si franga
lo tuo pensier da qui innanzi sovr’ello.
Attendi ad altro, ed ei là si rimanga;
ch’io vidi lui a piè del ponticello
mostrarti, e minacciar forte, col dito,
e udi’ ’l nominar Geri del Bello.
Tu eri allor sì del tutto impedito
sovra colui che già tenne Altaforte,
che non guardasti in là, sì fu partito».
«O duca mio, la violenta morte
che non li è vendicata ancor», diss’io,
«per alcun che de l’onta sia consorte,
fece lui disdegnoso; ond’el sen gio
sanza parlarmi, sì com’io estimo:
e in ciò m’ha el fatto a sé più pio».
Così parlammo infino al loco primo
che de lo scoglio l’altra valle mostra,
se più lume vi fosse, tutto ad imo.
Quando noi fummo sor l’ultima chiostra
di Malebolge, sì che i suoi conversi
potean parere a la veduta nostra,
lamenti saettaron me diversi,
che di pietà ferrati avean li strali;
ond’io li orecchi con le man copersi.
Qual dolor fora, se de li spedali,
di Valdichiana tra ’l luglio e ’l settembre
e di Maremma e di Sardigna i mali
fossero in una fossa tutti ’nsembre,
tal era quivi, e tal puzzo n’usciva
qual suol venir de le marcite membre.
Noi discendemmo in su l’ultima riva
del lungo scoglio, pur da man sinistra;
e allor fu la mia vista più viva
giù ver lo fondo, la ’ve la ministra
de l’alto Sire infallibil giustizia
punisce i falsador che qui registra.
Non credo ch’a veder maggior tristizia
fosse in Egina il popol tutto infermo,
quando fu l’aere sì pien di malizia,
che li animali, infino al picciol vermo,
cascaron tutti, e poi le genti antiche,
secondo che i poeti hanno per fermo,
si ristorar di seme di formiche;
ch’era a veder per quella oscura valle
languir li spirti per diverse biche.
Qual sovra ’l ventre, e qual sovra le spalle
l’un de l’altro giacea, e qual carpone
si trasmutava per lo tristo calle.
Passo passo andavam sanza sermone,
guardando e ascoltando li ammalati,
che non potean levar le lor persone.
Io vidi due sedere a sé poggiati,
com’a scaldar si poggia tegghia a tegghia,
dal capo al piè di schianze macolati;
e non vidi già mai menare stregghia
a ragazzo aspettato dal segnorso,
né a colui che mal volontier vegghia,
come ciascun menava spesso il morso
de l’unghie sopra sé per la gran rabbia
del pizzicor, che non ha più soccorso;
e sì traevan giù l’unghie la scabbia,
come coltel di scardova le scaglie
o d’altro pesce che più larghe l’abbia.
«O tu che con le dita ti dismaglie»,
cominciò ’l duca mio a l’un di loro,
«e che fai d’esse talvolta tanaglie,
dinne s’alcun Latino è tra costoro
che son quinc’entro, se l’unghia ti basti
etternalmente a cotesto lavoro».
«Latin siam noi, che tu vedi sì guasti
qui ambedue», rispuose l’un piangendo;
«ma tu chi se’ che di noi dimandasti?».
E ’l duca disse: «I’ son un che discendo
con questo vivo giù di balzo in balzo,
e di mostrar lo ’nferno a lui intendo».
Allor si ruppe lo comun rincalzo;
e tremando ciascuno a me si volse
con altri che l’udiron di rimbalzo.
Lo buon maestro a me tutto s’accolse,
dicendo: «Dì a lor ciò che tu vuoli»;
e io incominciai, poscia ch’ei volse:
«Se la vostra memoria non s’imboli
nel primo mondo da l’umane menti,
ma s’ella viva sotto molti soli,
ditemi chi voi siete e di che genti;
la vostra sconcia e fastidiosa pena
di palesarvi a me non vi spaventi».
«Io fui d’Arezzo, e Albero da Siena»,
rispuose l’un, «mi fé mettere al foco;
ma quel per ch’io mori’ qui non mi mena.
Vero è ch’i’ dissi lui, parlando a gioco:
“I’ mi saprei levar per l’aere a volo”;
e quei, ch’avea vaghezza e senno poco,
volle ch’i’ li mostrassi l’arte; e solo
perch’io nol feci Dedalo, mi fece
ardere a tal che l’avea per figliuolo.
Ma nell ’ultima bolgia de le diece
me per l’alchìmia che nel mondo usai
dannò Minòs, a cui fallar non lece».
E io dissi al poeta: «Or fu già mai
gente sì vana come la sanese?
Certo non la francesca sì d’assai!».
Onde l’altro lebbroso, che m’intese,
rispuose al detto mio: «Tra’mene Stricca
che seppe far le temperate spese,
e Niccolò che la costuma ricca
del garofano prima discoverse
ne l’orto dove tal seme s’appicca;
e tra’ne la brigata in che disperse
Caccia d’Ascian la vigna e la gran fonda,
e l’Abbagliato suo senno proferse.
Ma perché sappi chi sì ti seconda
contra i Sanesi, aguzza ver me l’occhio,
sì che la faccia mia ben ti risponda:
sì vedrai ch’io son l’ombra di Capocchio,
che falsai li metalli con l’alchìmia;
e te dee ricordar, se ben t’adocchio,
com’io fui di natura buona scimia».
Malebolge Freestyle
In questa versione trap, l’Inferno diventa uno spazio urbano degradato, quasi un sottosuolo metropolitano dove il dolore è continuo e normalizzato. Il linguaggio è diretto, contemporaneo, pieno di immagini prese dal mondo digitale, economico e sociale di oggi: bug, crash, registro, business, filtro.
Lo stile trap non serve a “modernizzare” Dante in modo superficiale, ma a trasportarne la violenza espressiva in un codice attuale. Il beat ideale è cupo, lento, ossessivo; il flow alterna parti narrative a momenti più aggressivi, rispecchiando il passo incalzante ma soffocante del viaggio infernale.
Le citazioni dotte (Sapegno, Singleton) convivono con slang e immagini crude: una scelta consapevole che riflette la doppia anima del progetto, sospesa tra studio del testo e riscrittura musicale.
Testo Canzone: Malebolge Freestyle (Trap Track)
Occhi ubriachi di piaghe, yoh, non reggo la vista
lacrime in saldo, l’Inferno fa business
Virgilio parla secco: “Non perdere tempo”
la luna è sotto ai piedi, frà, il tempo è cemento
ombre tagliate male, smozzicate, sfregiate
qui la verità puzza, non chiede di essere amata
(Geri del Bello che chiama col dito)
(memoria che morde più della ferita)
Scendo a sinistra, Malebolge mi stringe
lamenti che fischiano, strali di piange
copro le orecchie, ma entra lo stesso
odore di morte, luglio eterno, secco
spedali fusi, Valdichiana in fiamme
Maremma, Sardegna, tutto insieme
corpi ammassati come file corrotte
anime crashano, zero reboot, brò
giacciono addosso, ventre su spalle
la carne è un bug che nessuno installa
si grattano a sangue, unghie come lame
merda e rabbia, nessuno che chiama
Qui si paga il falso, secco, senza sconto
Malebolge freestyle, frà, questo è il conto
la verità non regge chi bara col mondo
l’oro era finto, ora marcisci nel fondo
Qui si paga il falso, yoh, guarda che scena
la colpa ti mangia, ti scava la schiena
Sapegno direbbe: pena che imita il peccato
(e il corpo diventa il tuo reato)
Arezzo, Siena, nomi sputati nel fango
alchimista da bar, Dedalo per sbando
“Posso volare”, dicevi per gioco
ti hanno creduto, ti hanno messo al fuoco
Minosse timbra, non sbaglia il registro
alchimia usata come filtro sinistro
non hai creato oro, hai falsato fiducia
ora ti mangi le unghie, frate’, ti brucia
Contini lo diceva: lingua che graffia
qui Dante non canta, incide la scabbia
la metafora è carne, non è solo stile
la pena è linguaggio, è corpo incivile
Qui si paga il falso, senza difesa
ogni bug morale torna come resa
hai truccato il mondo, ora il mondo ti pesa
(Malebolge è memoria che non fa sconti)
Qui si paga il falso, fratè ascolta
la storia ti guarda, non si volta
Singleton parlava di giustizia perfetta
(qui non c’è errore, la sentenza è netta)
Capocchio ride amaro, buona scimia
imitare Dio era la sua alchimia
fingere l’essere, copiare il creato
ora è copia di sé, disfatto, scorticato
(memoria che resta sotto molti soli)
(non c’è filtro che salvi i tuoi ruoli)
Passo passo, senza sermone
l’Inferno non urla, ti guarda e ti pone
la domanda finale, yoh, senza perdono:
chi sei davvero, quando togli l’oro?
Dal contrappasso medievale alla colpa moderna
Nel canto originale, la legge del contrappasso è chiarissima: chi ha falsificato la materia, l’identità o la verità, ora vive in un corpo che si disgrega, si corrompe, si consuma. La malattia non è casuale, è il linguaggio stesso della pena.
Nella mia versione trap, questo principio resta intatto ma viene tradotto:
- la falsificazione diventa manipolazione del sistema,
- l’alchimia diventa illusione di scorciatoia,
- la malattia diventa crash permanente, impossibilità di “reboot”.
Capocchio non è solo un personaggio storico, ma il simbolo eterno di chi copia, imita, finge di essere creatore senza esserlo davvero. Il ritornello martellante (“Qui si paga il falso”) riprende l’ossessività della pena dantesca, trasformandola in un mantra che non lascia via di fuga.
Dove Dante usa il corpo come testo morale, questa versione usa suono, ritmo e ripetizione per ottenere lo stesso effetto: rendere la colpa inevitabile, visibile, inascoltabile da ignorare.
Perché rileggere Dante in chiave trap
Questo esperimento nasce dall’idea che Dante non sia un autore “da museo”, ma un narratore violentemente attuale. La trap, con la sua attenzione al corpo, al degrado, alla verità non edulcorata, è uno strumento sorprendentemente adatto a restituire l’Inferno.
Non si tratta di semplificare il testo, ma di spostarne il campo di battaglia: dal manoscritto al beat, dalla terzina alla barra, mantenendo intatto il nucleo etico e narrativo.
