La follia del falso
Il trentesimo canto dell’Inferno si colloca nella decima bolgia dell’ottavo cerchio (Malebolge), il luogo destinato ai falsari: falsari di persona, di parola, di moneta e di identità. Dante mette in scena un’umanità degradata non solo nel corpo, ma soprattutto nella mente e nel linguaggio.
Il canto si apre con esempi mitologici di follia distruttiva – Atamante ed Ecuba – figure travolte dal dolore e dalla perdita, che anticipano il clima di dissoluzione mentale che domina la bolgia. Qui i dannati non ragionano più: latrano, mordono, si aggrediscono, come bestie. La perdita della verità ha prodotto la perdita della forma umana.
Nel Medioevo di Dante, la falsificazione non è solo un reato economico, ma un attacco diretto all’ordine sociale: moneta, parola e identità sono strumenti su cui si fonda la fiducia collettiva. Alterarli significa minare la convivenza stessa. Per questo la pena è feroce e grottesca: corpi deformati, sete insaziabile, rabbia perpetua, linguaggio ridotto a rumore.
Testo Originale: Canto XXX
Nel tempo che Iunone era crucciata
per Semelè contra ’l sangue tebano,
come mostrò una e altra fiata,
Atamante divenne tanto insano,
che veggendo la moglie con due figli
andar carcata da ciascuna mano,
gridò: «Tendiam le reti, sì ch’io pigli
la leonessa e ’ leoncini al varco»;
e poi distese i dispietati artigli,
prendendo l’un ch’avea nome Learco,
e rotollo e percosselo ad un sasso;
e quella s’annegò con l’altro carco.
E quando la fortuna volse in basso
l’altezza de’ Troian che tutto ardiva,
sì che ’nsieme col regno il re fu casso,
Ecuba trista, misera e cattiva,
poscia che vide Polissena morta,
e del suo Polidoro in su la riva
del mar si fu la dolorosa accorta,
forsennata latrò sì come cane;
tanto il dolor le fé la mente torta.
Ma né di Tebe furie né troiane
si vider mai in alcun tanto crude,
non punger bestie, nonché membra umane,
quant’io vidi in due ombre smorte e nude,
che mordendo correvan di quel modo
che ’l porco quando del porcil si schiude.
L’una giunse a Capocchio, e in sul nodo
del collo l’assannò, sì che, tirando,
grattar li fece il ventre al fondo sodo.
E l’Aretin che rimase, tremando
mi disse: «Quel folletto è Gianni Schicchi,
e va rabbioso altrui così conciando».
«Oh!», diss’io lui, «se l’altro non ti ficchi
li denti a dosso, non ti sia fatica
a dir chi è, pria che di qui si spicchi».
Ed elli a me: «Quell’è l’anima antica
di Mirra scellerata, che divenne
al padre fuor del dritto amore amica.
Questa a peccar con esso così venne,
falsificando sé in altrui forma,
come l’altro che là sen va, sostenne,
per guadagnar la donna de la torma,
falsificare in sé Buoso Donati,
testando e dando al testamento norma».
E poi che i due rabbiosi fuor passati
sovra cu’ io avea l’occhio tenuto,
rivolsilo a guardar li altri mal nati.
Io vidi un, fatto a guisa di leuto,
pur ch’elli avesse avuta l’anguinaia
tronca da l’altro che l’uomo ha forcuto.
La grave idropesì, che sì dispaia
le membra con l’omor che mal converte,
che ’l viso non risponde a la ventraia,
facea lui tener le labbra aperte
come l’etico fa, che per la sete
l’un verso ’l mento e l’altro in sù rinverte.
«O voi che sanz’alcuna pena siete,
e non so io perché, nel mondo gramo»,
diss’elli a noi, «guardate e attendete
a la miseria del maestro Adamo:
io ebbi vivo assai di quel ch’i’ volli,
e ora, lasso!, un gocciol d’acqua bramo.
Li ruscelletti che d’i verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
faccendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi, e non indarno,
ché l’imagine lor vie più m’asciuga
che ’l male ond’io nel volto mi discarno.
La rigidia giustizia che mi fruga
tragge cagion del loco ov’io peccai
a metter più li miei sospiri in fuga.
Ivi è Romena, là dov’io falsai
la lega suggellata del Batista;
per ch’io il corpo sù arso lasciai.
Ma s’io vedessi qui l’anima trista
di Guido o d’Alessandro o di lor frate,
per Fonte Branda non darei la vista.
Dentro c’è l’una già, se l’arrabbiate
ombre che vanno intorno dicon vero;
but che mi val, c’ho le membra legate?
S’io fossi pur di tanto ancor leggero
ch’i’ potessi in cent’anni andare un’oncia,
io sarei messo già per lo sentiero,
cercando lui tra questa gente sconcia,
con tutto ch’ella volge undici miglia,
e men d’un mezzo di traverso non ci ha.
Io son per lor tra sì fatta famiglia:
e’ m’indussero a batter li fiorini
ch’avevan tre carati di mondiglia».
E io a lui: «Chi son li due tapini
che fumman come man bagnate ’l verno,
giacendo stretti a’ tuoi destri confini?».
«Qui li trovai – e poi volta non dierno – »,
rispuose, «quando piovvi in questo greppo,
e non credo che dieno in sempiterno.
L’una è la falsa ch’accusò Gioseppo;
l’altr’è ’l falso Sinon greco di Troia:
per febbre aguta gittan tanto leppo».
E l’un di lor, che si recò a noia
forse d’esser nomato sì oscuro,
col pugno li percosse l’epa croia.
Quella sonò come fosse un tamburo;
e mastro Adamo li percosse il volto
col braccio suo, che non parve men duro,
dicendo a lui: «Ancor che mi sia tolto
lo muover per le membra che son gravi,
ho io il braccio a tal mestiere sciolto».
Ond’ei rispuose: «Quando tu andavi
al fuoco, non l’avei tu così presto;
ma sì e più l’avei quando coniavi».
E l’idropico: «Tu di’ ver di questo:
ma tu non fosti sì ver testimonio
là ’ve del ver fosti a Troia richesto».
«S’io dissi falso, e tu falsasti il conio»,
disse Sinon; «e son qui per un fallo,
e tu per più ch’alcun altro demonio!».
«Ricorditi, spergiuro, del cavallo»,
rispuose quel ch’avea infiata l’epa;
«e sieti reo che tutto il mondo sallo!».
«E te sia rea la sete onde ti crepa»,
disse ’l Greco, «la lingua, e l’acqua marcia
che ’l ventre innanzi a li occhi sì t’assiepa!».
Allora il monetier: «Così si squarcia
la bocca tua per tuo mal come suole;
ché s’i’ ho sete e omor mi rinfarcia,
tu hai l’arsura e ’l capo che ti duole,
e per leccar lo specchio di Narcisso,
non vorresti a ’nvitar molte parole».
Ad ascoltarli er’io del tutto fisso,
quando ’l maestro mi disse: «Or pur mira,
che per poco che teco non mi risso!».
Quand’io ’l senti’ a me parlar con ira,
volsimi verso lui con tal vergogna,
ch’ancor per la memoria mi si gira.
Qual è colui che suo dannaggio sogna,
che sognando desidera sognare,
sì che quel ch’è, come non fosse, agogna,
tal mi fec’io, non possendo parlare,
che disiava scusarmi, e scusava
me tuttavia, e nol mi credea fare.
«Maggior difetto men vergogna lava»,
disse ’l maestro, «che ’l tuo non è stato;
però d’ogne trestizia ti disgrava.
E fa ragion ch’io ti sia sempre allato,
se più avvien che fortuna t’accoglia
dove sien genti in simigliante piato:
ché voler ciò udire è bassa voglia».
Falsi come il Conio
In “Falsi come il Conio” il canto viene reinterpretato con un immaginario trap cupo e minimale, dove il beat diventa una fornace e la voce un referto. Questa versione non modernizza Dante: lo comprime, lo rende più denso, più secco, più vicino alla sensibilità contemporanea.
Il linguaggio è diretto, a tratti clinico, a tratti ironico. La trap diventa il mezzo ideale per raccontare un mondo dove la forma è tutto e il contenuto è vuoto, proprio come la moneta falsa. L’ossessione per il valore, la firma, il sigillo e l’apparenza dialoga apertamente con il presente, senza mai tradire la struttura concettuale del canto.
Il ritornello lavora come una sentenza ripetuta: “qui la moneta sei tu”. Non è solo una metafora, ma una condanna: l’individuo ridotto a merce, a simbolo scambiabile, a valore nominale.
Testo Canzone: Falsi come il Conio (Trap Track)
Qui il vero pesa più dell’oro, yoh
e l’oro pesa più dell’anima, frà
Dante cammina, io registro,
dieci bolge, zero scuse.
(Il fuoco non sbaglia)
Giunone avvelena il sangue tebano,
la mente cede prima ancora della mano.
Atamante confonde bestie e figli,
quando il senso salta non restano appigli.
Ecuba non piange, latra, si spezza,
il dolore assoluto non chiede carezza.
Lo dice Contini: qui il linguaggio si piega, quando il vero crolla, la forma si nega.
Due ombre nude, pelle sfregiata,
corrono a morsi, fame mai placata.
Gianni Schicchi ruba facce e testamenti,
Mirra falsifica il corpo, desideri e intenti.
(Finto amore, finta pelle)
Falsi come il conio, come il nome che dai,
qui ogni maschera cade, non scappi mai.
Sete che spacca, gola che brucia, brò,
per un goccio di vero svenderesti Dio.
Falsi come il conio, secco, senza onore,
la firma pesa più del cuore.
Falsi come il conio, yoh, lo sai anche tu,
qui la moneta sei tu.
Mastro Adamo gonfio, ventre che mente,
l’acqua nei sogni è peggio della sete.
Romena incisa sotto pelle e memoria,
lega sbagliata, stessa vecchia storia.
I ruscelli del Casentino davanti agli occhi,
più li guardi, più la gola si blocchi.
Barbi lo direbbe: il contrappasso è preciso, la pena riflette il trucco inciso nel viso.
Sinon sputa febbre, parole avariate,
qui le bugie tornano moltiplicate.
Tamburi di pancia, pugni che suonano,
la verità tarda, ma prima o poi tornano.
(La menzogna ha eco)
C’è chi batte moneta con faccia pulita,
lega lucida, storia riscritta.
Stesso stampo, stesso gioco antico,
cambia il sigillo, non cambia il trucco, amico.
(Valore promesso, peso assente)
Falsi come il conio, come il patto firmato,
qui ogni simbolo è già screpolato.
Sete che spacca, lingua che sa di ferro,
certe valute brillano solo allo specchio.
Falsi come il conio, frà, non fare il santone,
qui il fuoco distingue metallo e illusione.
Dante guarda e tira dritto,
non tutto merita ascolto.
“Voler ciò udire è bassa voglia”,
la verità non fa sconti, non fa soglia.
Io spengo il beat, resto muto un secondo,
perché il falso gira ancora…
anche fuori da questo mondo.
(Il vero pesa)
Dal poema al beat: corrispondenze e contrappassi
Il legame tra il canto originale e il brano trap è costruito per trasparenza tematica, non per semplice citazione.
- La follia iniziale (Atamante ed Ecuba) diventa nella versione trap il collasso della mente quando il senso viene meno: non più tragedia epica, ma corto circuito emotivo.
- Gianni Schicchi e Mirra, falsari di identità e di corpo, vengono riletti come figure che “rubano facce”, anticipando il tema moderno della maschera sociale e dell’io contraffatto.
- Mastro Adamo, gonfio e assetato, è il simbolo centrale: nel testo trap la sua sete diventa desiderio infinito, consumo senza soddisfazione, miraggio continuo.
- Sinon, il bugiardo di Troia, incarna la parola avariata: nella versione trap la menzogna ha “eco”, si moltiplica, ritorna amplificata.
Il contrappasso resta intatto: chi ha falsificato il valore vive ora in un mondo dove nulla vale davvero. Anche il richiamo finale di Virgilio viene rispettato: non tutto merita ascolto. La curiosità morbosa è già una colpa.
Una lettura contemporanea del falso
Questa versione trap non si limita a raccontare l’Inferno: lo riflette. Il Canto XXX parla di monete false, ma oggi parla anche di reputazioni gonfiate, identità costruite, promesse vuote. Cambiano gli strumenti, non il meccanismo.
Il beat rallenta, poi si spegne. Resta una domanda sospesa:
quanto vale ciò che brilla, se dentro è vuoto?
