C’era una volta Internet: la mia prima connessione nel 1995
Nel 1995 Internet era davvero fantascienza — nel senso più letterale e straordinario del termine.
Non si enfatizzava una semplice “nostalgia digitale”, come oggi, ma era un vero e proprio viaggio in un futuro che sembrava uscito da un film di fantascienza anni ’70: un futuro fatto di connessioni telefoniche, modem gracchianti e pagine web primitive.
E io, ventenne tecnologico, volevo metterci piede subito.
Abitavo a Portoscuso, un piccolo paese del Sulcis, sud-ovest Sardegna, terra più nota per le miniere e l’industria pesante che per la tecnologia.
Fu proprio dalla mia regione, precisamente da Cagliari, a partire una delle prime grandi avventure italiane di Internet: VideoOnline (VOL), la prima piattaforma consumer italiana, voluta dal visionario editore cagliaritano Nicola Grauso.
Non Milano o Roma, ma fu Cagliari ad essere il trampolino di lancio del web nazionale — roba da far tremare i polsi agli scettici.
La connessione? Iniziai con un modem USRobotics 14.4 Kbps, acquistato a caro prezzo (375mila lire, un investimento che oggi sembra pazzesco).
Un aggeggio enorme e rumoroso, che più che connettersi sembrava urlare: “sto tentando di collegarmi!”.
Per fortuna avevo un POP (Point of Presence – punto di accesso alla rete) a Iglesias, a pochi chilometri, così la chiamata era urbana e i costi meno folli.
Internet, all’epoca, occupava la linea telefonica: non potevi contemporaneamente parlare al telefono e navigare.
Il mio PC? Un assemblato Artex, un 486 DX2 a 80 MHz con 4 MB di RAM e un disco IBM da 170 MB — sì, 170 megabyte in tutto, che oggi sono l’equivalente di alcune di foto scattate col cellulare e allora sembravano tantissimi.
Montava Windows 95, il sistema operativo “da grandi”, fresco e moderno, appena uscito da Microsoft, società che a quei tempi era già una potenza in ascesa grazie a Bill Gates, l’allora giovane senatore dell’informatica mondiale, che con Steve Jobs, che a Silicon Valley lavorava al ritorno trionfale di Apple, fabbricavano FUTURO!
Eppure, nonostante “quella potenza”, navigare era un’impresa di pazienza e ingegno.
Configurare la connessione non era affatto “plug & play”: occorreva inserire parametri precisi, stringhe di inizializzazione del modem, numeri di telefono e dettagli tecnici che oggi sembrerebbero incomprensibili a un ragazzino abituato a Wi-Fi e 5G.
Era un rito, quasi un piccolo rito di iniziazione al mondo digitale.
Il pacchetto VOL costava 400.000 lire all’anno — una bella cifra — e includeva anche un dischetto da 1.44 MB con il browser Netscape Navigator, il vero “portale” di quell’epoca.
Le pagine web erano orribili agli occhi di oggi: testi disposti in modo quasi casuale, pochi colori forti, poche immagini e niente video complessi, ma ogni click era un tuffo nel futuro.
In quegli anni, gli stessi “mostri sacri” dell’informatica come Gates e Jobs stavano ancora plasmando il futuro della rete e dell’informatica personale. Jobs, dopo il suo rientro in Apple nel 1997, avrebbe rivoluzionato tutto, ma già allora si respirava aria di grandi cambiamenti.
La casella email era una vera rarità, un tesoro digitale.
Io la usavo soprattutto per lavoro, nel campo elettrico ed elettrotecnico, per comunicare con fornitori e clienti.
Ricordo il client di posta: lento e grezzo, ma prezioso.
Altavista era il motore di ricerca che dominava la scena, molto prima di Google.
Con lui esploravo il web, cercavo manuali tecnici e risorse per contattare fornitori di materiali e componenti allora non troppo diffusi.
Partecipavo anche alle prime chat IRC, dove migliaia di sconosciuti si scambiavano messaggi in tempo reale.
Era la comunità globale che nasceva davanti ai miei occhi.
La navigazione era lenta (lenta lenta): ogni pagina impiegava decine di secondi a caricarsi, i contenuti erano limitati e spartani, ma ogni file scaricato, anche un piccolo documento HTML, era una conquista epica.
Scaricare un manuale o un’immagine era come ricevere un’enciclopedia intergalattica.
Da subito mi era ovvio che Internet avrebbe cambiato tutto.
Era un’intuizione condivisa e fortissima.
All’università, i terminali Unix consentivano solo un accesso testuale, lento e macchinoso, a quella “porta verso il domani” che si stava spalancando.
Quando mi chiedevano: “Ma a che serve Internet?”, rispondevo con convinzione: “È il contenitore di tutte le conoscenze del mondo.”
E lo pensavo davvero, con quella genuina fiducia da pioniere.
Mi misi a smanettare con l’HTML, il “linguaggio” delle prime pagine web, cercando di capire come funzionava, come creare, come lasciare una traccia digitale.
Gli antivirus erano strumenti locali, semplici scanner, e il concetto di sicurezza informatica era quasi sconosciuto al grande pubblico.
I download? Minimali, e molto lunghi.
Un MP3 da 4 MB, qualche anno dopo con Napster, poteva richiedere ore per essere scaricato.
Ma era una rivoluzione.
Dopo VOL passai a Tin.it, poi a Tiscali, altra tappa fondamentale del nostro cammino verso la rete.
Le connessioni migliorarono lentamente: 33.6K, 56K, ISDN, fino all’ADSL che nel 2001 sembrava la porta verso un mondo nuovo.
L’abbonamento ADSL Alice Mega di Telecom Italia offriva finalmente velocità, stabilità (heheeh, confronto a prima) e libertà: niente più linea occupata e navigazione sempre attiva.
A quel punto, Internet non era più un esperimento, ma la nuova realtà quotidiana.
Oggi, come sviluppatore software, so bene che aggiornarsi è una corsa senza fine.
Ma quegli anni erano un’avventura artigianale, fatta di tentativi, errori e passioni forti.
Erano gli anni in cui tutto era da inventare e scoprire.
Se dovessi raccontare Internet anni ’90 a un ventenne di oggi, inizierei così:
“C’era una volta…”
Sono passati trent’anni, eppure sembra ieri.
E quell’emozione, quella sfida, non si dimentica mai.