Tra pece bollente e inganni
Il Canto XXI dell’Inferno ci porta nell’ottava bolgia di Malebolge, il luogo destinato ai barattieri, ovvero a coloro che in vita hanno fatto commercio illecito delle cariche pubbliche. Dante e Virgilio camminano lungo gli argini di un fossato colmo di pece bollente, metafora potentissima della corruzione: vischiosa, oscura, difficile da attraversare e impossibile da ripulire.
Il canto si apre con una lunga similitudine ambientata nell’Arsenale di Venezia, riferimento diretto al mondo economico e produttivo medievale, e introduce una delle scene più teatrali e grottesche dell’Inferno: l’ingresso in scena dei Malebranche, una schiera di diavoli armati di uncini che sorvegliano i dannati e li tengono immersi nella pece. È un canto in cui il registro comico e quello tragico convivono, e in cui Dante sperimenta un linguaggio più popolare, aspro e fortemente visivo.
Dal punto di vista storico-sociale, il canto riflette la profonda sfiducia di Dante verso la classe dirigente del suo tempo: la corruzione politica non è un vizio isolato, ma un sistema organizzato, difeso con violenza e derisione.
Testo Originale: Canto XXI
Fanfara d’Inferno: Malebolge in chiave trap
La mia versione trap del Canto XXI, “Fanfara d’Inferno”, trasporta l’immaginario dantesco in un linguaggio contemporaneo, urbano e diretto. Il flow moderno e le sonorità trap diventano lo strumento ideale per restituire la tensione costante del canto: bassi profondi come la pece, pause cariche di minaccia, ripetizioni che richiamano l’ossessività della colpa.
La narrazione resta centrale, ma cambia il punto di vista emotivo: Dante non è solo osservatore, è un testimone immerso nel caos, che cammina “dietro” Virgilio come chi attraversa una zona pericolosa della città. I diavoli diventano figure quasi da gang organizzata, con nomi che suonano come soprannomi da strada, mentre Malacoda assume il ruolo del capo carismatico e ambiguo.
Il tono alterna ironia nera e tensione, proprio come nel testo originale, fino a esplodere nella punchline finale: la famigerata “trombetta”, resa qui come una vera e propria fanfara infernale, grottesca e disturbante, perfetta chiusura di un brano trap che gioca con il ridicolo e il terrificante.
Testo canzone: Fanfara d’Inferno (Trap Track)
Titolo: “Fanfara d’Inferno” – Ventunesimo canto
[Intro] tono narrativo, voce profonda e riverberata
Yoh…
Scende il ponte, bolle la pece, fratè.
(Malebolge chiama, e la notte risponde.)
Dante guarda, Virgilio ride piano…
che è ‘sta fanfara?
Cammino sul ponte, guardo giù — fumo nero,
pece che cuoce, silenzio leggero.
I diavoli muovono il ferro, il mistero,
Virgilio mi guida, sto dietro, sincero.
Il baratto qui vale la vita,
la moneta è marcia, la fede è finita.
Uno cade, urla, poi sparisce,
(Ma l’eco rimane… e pare che fischi.)
Un demone arriva, ali d’acciaio,
occhi di brace, sorride, fa “ciao”.
Sotto la crosta la colla si muove,
ogni bugia qui non certo è lieve.
Nel fottuto Malebolge, bro,
tutti gridano, ma non so.
(Chi è che ride sotto, zio?)
forse la PECE fa l’eco, yoh.
Nel fottuto Malebolge, frà,
l’aria sa di colpa e di pietà.
(Chi è che suona? — che è ‘sta fanfara?)
forse il peccato fa la sua tara.
I diavoli spingono, urlano “posa!”,
il cielo tace, l’Inferno è cosa.
Malacoda comanda, gli altri si inchinano,
(Virgilio tranquillo, gli occhi dominano.)
“Non aver paura”, mi fa — “sta calmo,
ci son passato, lo conosco l’albo”.
E il tempo scende lento, come pece calda,
ogni parola una lama che salda.
Barbariccia, Libicocco, Ciriatto,
sembran comparse, ma è tutto un patto.
Ride la pece, scoppia, ribolle,
il vapore sale, un’ultima nota — che sa di male.
Ehi frate’, la senti anche tu?
(Sembra una tromba… ma non ce n’è più.)
Io guardo Virgilio, lui non parla,
mi fa solo un cenno — e la terra sballa.
Nel fottuto Malebolge, bro,
tutti gridano, ma non so.
(Chi è che ride sotto, zio?)
forse la pece fa l’eco, yoh.
Nel fottuto Malebolge, frà,
l’aria sa di colpa e di pietà.
(Chi è che suona? — che è ‘sta fanfara?)
forse il peccato fa la sua tara.
E poi lui…
quello che comandava, fratè,
si gira, ci guarda, digrignando i denti,
fa un gesto strano, preciso.
Un soffio…
un suono…
e tutti zitti. MUTI!
(ahahah…)
…e quello tra i denti teneva ancora la lingua stretta…
si volse verso noi e quella fatale schiera…
e del buco del cul fece trombetta.
prrrrrrooooooooom! hahahaha! (paura!)
Dal poema medievale alla trap: un dialogo tra linguaggi
Il rapporto tra il Canto XXI e il brano trap non è una semplice riscrittura, ma un dialogo tra strutture narrative. Nel testo di Dante, la pece nasconde i peccatori così come la corruzione si nasconde dietro incarichi e titoli; nella mia versione, la pece diventa fumo, eco, rumore di fondo, qualcosa che senti ma non vedi mai del tutto.
I Malebranche, che nel poema rappresentano una parodia dell’autorità armata, nella versione trap assumono tratti familiari al linguaggio contemporaneo: minaccia costante, violenza verbale, controllo del territorio. Virgilio resta l’unico punto fermo, la voce della razionalità che conosce “le regole del gioco” e sa come muoversi anche in mezzo al degrado.
Infine, la chiusura scatologica del canto — spesso letta come una provocazione o una rottura del tono epico — trova nella trap una collocazione naturale: il suono finale diventa beat, rumore, dissacrazione totale. In entrambi i casi, Dante (ieri come oggi) ci ricorda che il potere corrotto non è solo malvagio, ma anche ridicolo.
