Oltre le Colonne d’Ercole
Il Canto XXVI dell’Inferno è uno dei vertici più alti e complessi della Divina Commedia. Dante e Virgilio si trovano nell’ottava bolgia dell’ottavo cerchio, quella dei consiglieri fraudolenti, anime avvolte in fiamme che nascondono il loro corpo così come, in vita, nascosero la verità dietro l’inganno della parola.
Il canto si apre con una violenta invettiva contro Firenze, accusata di aver generato uomini capaci di usare l’ingegno per il male. Ma il cuore del canto è l’incontro con Ulisse, simbolo eterno dell’intelligenza inquieta, dell’uomo che non si accontenta dei limiti imposti, che sacrifica affetti, doveri e prudenza pur di spingersi oltre.
Nel contesto storico e sociale medievale, Ulisse rappresenta una figura ambigua: ammirabile per il desiderio di sapere, ma condannabile per aver superato i confini stabiliti da Dio. La sua colpa non è l’ignoranza, ma l’eccesso di conoscenza priva di misura morale.
Testo Originale: Canto XXVI
Godi, Fiorenza, poi che se’ sì grande,
che per mare e per terra batti l’ali,
e per lo ’nferno tuo nome si spande!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai di qua da picciol tempo
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’più m’attempo.
Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;
e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede alla zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.
E ’l duca che mi vide tanto atteso,
disse: «Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso».
«Maestro mio», rispuos’io, «per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:
chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?».
Rispuose a me: «Là dentro si martira
Ulisse e Diomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;
e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deidamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta».
«S’ei posson dentro da quelle faville
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
che non mi facci de l’attender nego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».
Ed elli a me: «La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto».
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
«O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi».
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori, e disse: «Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enea la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopé far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e ’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi,
acciò che l’uom più oltre non si metta:
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
“O frati”, dissi “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente,
non vogliate negar l’esperienza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte e ’l nostro tanto basso,
che non surgea fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che ’ntrati eravam ne l’alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avea alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto,
ché de la nova terra un turbo nacque,
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso».
Folle Volo (Non per Bruti)
Questa versione trap del Canto XXVI rilegge il mito di Ulisse con un flow moderno, urbano e tagliente, trasformando l’epica medievale in una narrazione sonora contemporanea. Il linguaggio è diretto, spesso crudo, ma mantiene una tensione intellettuale costante: la parola resta centrale, come lo era per Dante.
Le fiamme della bolgia diventano luci intermittenti, l’Inferno assume i contorni di un paesaggio mentale, e Ulisse si trasforma in una figura quasi trap-hero: geniale, ambizioso, ma schiacciato dal prezzo delle proprie scelte. La base cupa e l’uso di riferimenti critici (Auerbach, Contini, Croce) creano un cortocircuito tra alta cultura e cultura urbana.
Il ritornello non è solo musicale, ma concettuale: “Non siamo nati per vivere bassi” diventa un mantra che attraversa secoli e generi.
Testo Cancone: Folle Volo -Non per Bruti- (Trap Track)
Godi Fiorenza… no, fermo, rewind,
qui l’eco brucia ancora sotto i ponti del mind.
Yoh, ottava bolgia, luci a intermittenza,
fiamme che parlano di fame e conoscenza.
(Merda, che sete)
(Merda, che luce)
Cammino su rocce spezzate, senza mano, senza fiato,
Virgilio davanti, frà, io dietro già segnato.
Vergogna cucita addosso come pelle di città,
cinque ladri con il nome scritto “Fiorentinità”.
Affreno l’ingegno, lo dice pure Dante,
non correre se la virtù non è il volante.
Sotto il ponte vedo fuochi che respirano colpa,
ogni fiamma è un uomo che si è creduto troppo.
(Zio, guarda come sale)
(Sembra viva, giuro)
Una fiamma doppia, spezzata ma unita,
lingua di fuoco, parola proibita.
Dentro c’è Ulisse, stratega sfregiato,
genio che ha vinto e poi si è condannato.
Non siamo nati per vivere bassi, frate,
non per i recinti, non per le gabbie dorate.
“Seguir virtute e canoscenza”, lo grido secco,
anche se il mare poi mi richiude il becco.
Folle volo, ali coi remi, spacca,
contro il limite scritto da chi comanda.
Yoh, anche se affondo lo rifarei ancora,
meglio bruciare che spegnersi a riva, bro.
Lasciata Circe, lasciato il conforto,
figlio, padre, moglie… tutto morto nel porto.
Solo un legno, pochi vecchi, zero garanzie,
ma negli occhi la fame che non va in ferie.
Oltre Gibilterra, oltre i cartelli “vietato”,
Ercole aveva scritto: fine del tracciato.
Cinque lune su e giù come un conto in rosso,
poi una montagna che sembra Dio addosso.
Ci gasiamo un secondo, poi il turbo ci piega,
il mare non perdona chi troppo si spiega.
(Fottuto destino)
(Fottuta grandezza)
Non per bruti, no, me lo tatuo nel petto,
anche se il prezzo è affondare dritto.
Virtù e conoscenza, catena o chiave?
Io scelgo il largo, pure se non è grave.
Folle volo, frà, senza ritorno,
la prua giù, la poppa in forno.
Se questo è il fine, che sia totale,
meglio una fine vera che un vivere uguale.
(Benedetto Croce direbbe: è poesia dell’azione)
(non morale, ma scelta in combustione)
La fiamma trema, come lingua stanca,
dice la verità che il tempo non manca.
Il mare si chiude, silenzio finale,
non c’è perdono, non c’è segnale.
Resta una voce che ancora mi scuote:
non sei nato per strisciare… ma per rotte sconosciute.
(Yoh)
(Silenzio)
Dal poema al microfono
Relazione tra il testo dantesco e il brano trap
Il rapporto tra il canto originale e il brano trap non è di semplice adattamento, ma di trasposizione tematica.
- Ulisse resta il fulcro: nel poema è narratore tragico della propria fine, nella versione trap è una voce che ancora brucia, consapevole ma irriducibile.
- Il celebre verso “fatti non foste a viver come bruti” diventa hook, slogan, dichiarazione identitaria: non più ammonimento morale, ma scelta esistenziale.
- L’Inferno dantesco, ordinato e teologico, si trasforma in uno spazio interiore, dove la colpa è anche desiderio, ambizione, fame di senso.
- La condanna finale non viene negata: il mare che si richiude resta. Ma cambia la prospettiva emotiva. Se Dante ammonisce, questa versione interroga: vale la pena vivere senza tentare il folle volo?
La trap diventa così il mezzo ideale per restituire l’urgenza, la velocità e il rischio che già abitavano il testo medievale.
