Il fuoco che parla
Il Canto XXVII dell’Inferno è ambientato nell’ottava bolgia di Malebolge, dove sono puniti i consiglieri fraudolenti, anime avvolte in fiamme che parlano attraverso il fuoco stesso. Dopo Ulisse (Canto XXVI), Dante incontra Guido da Montefeltro, figura storica realmente esistita: condottiero astuto, poi frate francescano, infine simbolo di una colpa tutta intellettuale.
Il tema centrale del canto è la frode razionale, la colpa commessa non per impulso ma con piena consapevolezza. Guido racconta come, pur ritiratosi a vita religiosa, abbia fornito a papa Bonifacio VIII un consiglio ingannevole in ambito politico-militare, confidando in un’assoluzione preventiva. Dante condanna duramente questa logica: non può esistere perdono senza pentimento, né pentimento se l’atto è già voluto.
Dal punto di vista storico e sociale, il canto riflette il conflitto tra potere spirituale e temporale nella Chiesa medievale, la crisi morale del papato e l’uso strumentale dell’intelligenza come mezzo di dominio. È un canto di straordinaria modernità, perché mette sotto accusa non la violenza, ma l’abuso della ragione.
Testo originale: Canto XXVII
Già era dritta in sù la fiamma e queta
per non dir più, e già da noi sen gia
con la licenza del dolce poeta,
quand’un’altra, che dietro a lei venia,
ne fece volger li occhi a la sua cima
per un confuso suon che fuor n’uscia.
Come ’l bue cicilian che mugghiò prima
col pianto di colui, e ciò fu dritto,
che l’avea temperato con sua lima,
mugghiava con la voce de l’afflitto,
sì che, con tutto che fosse di rame,
pur el pareva dal dolor trafitto;
così, per non aver via né forame
dal principio nel foco, in suo linguaggio
si convertian le parole grame.
Ma poscia ch’ebber colto lor viaggio
su per la punta, dandole quel guizzo
che dato avea la lingua in lor passaggio,
udimmo dire: «O tu a cu’ io drizzo
la voce e che parlavi mo lombardo,
dicendo “Istra ten va, più non t’adizzo”,
perch’io sia giunto forse alquanto tardo,
non t’incresca restare a parlar meco;
vedi che non incresce a me, e ardo!
Se tu pur mo in questo mondo cieco
caduto se’ di quella dolce terra
latina ond’io mia colpa tutta reco,
dimmi se Romagnuoli han pace o guerra;
ch’io fui d’i monti là intra Orbino
e ’l giogo di che Tever si diserra».
Io era in giuso ancora attento e chino,
quando il mio duca mi tentò di costa,
dicendo: «Parla tu; questi è latino».
E io, ch’avea già pronta la risposta,
sanza indugio a parlare incominciai:
«O anima che se’ là giù nascosta,
Romagna tua non è, e non fu mai,
sanza guerra ne’ cuor de’ suoi tiranni;
ma ’n palese nessuna or vi lasciai.
Ravenna sta come stata è molt’anni:
l’aguglia da Polenta la si cova,
sì che Cervia ricuopre co’ suoi vanni.
La terra che fé già la lunga prova
e di Franceschi sanguinoso mucchio,
sotto le branche verdi si ritrova.
E ’l mastin vecchio e ’l nuovo da Verrucchio,
che fecer di Montagna il mal governo,
là dove soglion fan d’i denti succhio.
Le città di Lamone e di Santerno
conduce il lioncel dal nido bianco,
che muta parte da la state al verno.
E quella cu’ il Savio bagna il fianco,
così com’ella sie’ tra ’l piano e ’l monte
tra tirannia si vive e stato franco.
Ora chi se’, ti priego che ne conte;
non esser duro più ch’altri sia stato,
se ’l nome tuo nel mondo tegna fronte».
Poscia che ’l foco alquanto ebbe rugghiato
al modo suo, l’aguta punta mosse
di qua, di là, e poi diè cotal fiato:
«S’i’ credesse che mia risposta fosse
a persona che mai tornasse al mondo,
questa fiamma staria sanza più scosse;
ma però che già mai di questo fondo
non tornò vivo alcun, s’i’ odo il vero,
sanza tema d’infamia ti rispondo.
Io fui uom d’arme, e poi fui cordigliero,
credendomi, sì cinto, fare ammenda;
e certo il creder mio venìa intero,
se non fosse il gran prete, a cui mal prenda!,
che mi rimise ne le prime colpe;
e come e quare, voglio che m’intenda.
Mentre ch’io forma fui d’ossa e di polpe
che la madre mi diè, l’opere mie
non furon leonine, ma di volpe.
Li accorgimenti e le coperte vie
io seppi tutte, e sì menai lor arte,
ch’al fine de la terra il suono uscie.
Quando mi vidi giunto in quella parte
di mia etade ove ciascun dovrebbe
calar le vele e raccoglier le sarte,
ciò che pria mi piacea, allor m’increbbe,
e pentuto e confesso mi rendei;
ahi miser lasso! e giovato sarebbe.
Lo principe d’i novi Farisei,
avendo guerra presso a Laterano,
e non con Saracin né con Giudei,
ché ciascun suo nimico era cristiano,
e nessun era stato a vincer Acri
né mercatante in terra di Soldano;
né sommo officio né ordini sacri
guardò in sé, né in me quel capestro
che solea fare i suoi cinti più macri.
Ma come Costantin chiese Silvestro
d’entro Siratti a guerir de la lebbre;
così mi chiese questi per maestro
a guerir de la sua superba febbre:
domandommi consiglio, e io tacetti
perché le sue parole parver ebbre.
E’ poi ridisse: “Tuo cuor non sospetti;
finor t’assolvo, e tu m’insegna fare
sì come Penestrino in terra getti.
Lo ciel poss’io serrare e diserrare,
come tu sai; però son due le chiavi
che ’l mio antecessor non ebbe care”.
Allor mi pinser li argomenti gravi
là ’ve ’l tacer mi fu avviso ’l peggio,
e dissi: “Padre, da che tu mi lavi
di quel peccato ov’io mo cader deggio,
lunga promessa con l’attender corto
ti farà triunfar ne l’alto seggio”.
Francesco venne poi com’io fu’ morto,
per me; ma un d’i neri cherubini
li disse: “Non portar: non mi far torto.
Venir se ne dee giù tra ’ miei meschini
perché diede ’l consiglio frodolente,
dal quale in qua stato li sono a’ crini;
ch’assolver non si può chi non si pente,
né pentere e volere insieme puossi
per la contradizion che nol consente”.
Oh me dolente! come mi riscossi
quando mi prese dicendomi: “Forse
tu non pensavi ch’io loico fossi!”.
A Minòs mi portò; e quelli attorse
otto volte la coda al dosso duro;
e poi che per gran rabbia la si morse,
disse: “Questi è d’i rei del foco furo”;
per ch’io là dove vedi son perduto,
e sì vestito, andando, mi rancuro».
Quand’elli ebbe ’l suo dir così compiuto,
la fiamma dolorando si partio,
torcendo e dibattendo ’l corno aguto.
Noi passamm’oltre, e io e ’l duca mio,
su per lo scoglio infino in su l’altr’arco
che cuopre ’l fosso in che si paga il fio
a quei che scommettendo acquistan carco.
Consiglio Sporco
In “Consiglio Sporco”, questa versione trap del Canto XXVII, il fuoco di Dante diventa voce compressa, distorta, incastrata nel beat. La scelta di un flow moderno, cupo e teso, tipico della trap più introspettiva, rispecchia perfettamente la condizione delle anime: parole che vogliono uscire ma sono costrette a passare attraverso una fiamma.
Il linguaggio alterna slang contemporaneo e riferimenti colti, creando un corto circuito voluto tra Medioevo e presente. Guido non è più solo un personaggio storico, ma diventa un archetipo: l’uomo intelligente che piega l’etica alla convenienza, il consulente del potere, il tecnico della menzogna.
Le citazioni critiche (Contini, Auerbach, Sapegno) non sono ornamenti, ma sample concettuali: come nella trap moderna, il riferimento culturale diventa parte del ritmo, non spiegazione ma strato di senso. Il ritornello martella l’idea chiave del canto: il consiglio dato al potere non si dissolve, resta inciso.
Testo canzone: Consiglio Sporco (Trap Track)
[Titolo: “Consiglio Sporco” – Ventisettesimo canto]
[Intro]tono cupo, sospeso, minimale
Fiamma dritta, queta, poi si spezza, yoh
non parla la bocca, parla la pezza
lingua chiusa nel fuoco, frà, senza via
qui ogni parola è colpa che grida e strilla
(la verità non passa dai fori)
(qui il suono è dolore che prende forma)
narrativo, flow lento ma teso
Vengo dai monti dove il Tevere nasce
latino nel fuoco, bro’, la voce mi straccia
uomo d’arme, poi saio, poi trucco elegante
non leone, ma volpe, sempre un passo avanti
Accorgimenti, vie coperte, merda lucida
ho venduto consiglio come fosse musica
quando dovevo ammainare vele e catene
ho creduto all’assoluzione prima del bene
(Contini direbbe: parola che inganna se stessa)
(Auerbach: realismo crudo, storia che resta)
incisivo, memorabile
Consiglio sporco, secco, dato al potere
chiave del cielo usata per fottute carriere
mi lavi prima, poi pecco sereno
ma il fuoco ricorda ogni trucco che invento
Consiglio sporco, frate’, pesa sul nome
assolver non puoi chi non rompe le ombre
promessa lunga, attesa corta
spacca sul beat, ma l’anima è morta
più aggressiva, trap classica
Laterano in guerra, nemici cristiani
niente Acri, niente infedeli lontani
il Papa mi chiama come Silvestro a Costantino
“guariscimi l’orgoglio”, veleno divino
Io zitto, poi parlo, so già che cado
logica stretta, frà, l’ho firmato
Sapegno lo dice: è colpa lucida
ragione piegata, morale mutila
(due chiavi non aprono coscienze)
(la frode pesa più della violenza)
più scuro
Consiglio sporco, inciso nella fiamma
non torna vivo chi parla di trama
credevo al perdono pre-pagato
ora Minosse ride, otto giri segnato
Consiglio sporco, nome che brucia
la lingua guizza, la pena è cucita
secco il verdetto, nessuna scusa
qui la logica stessa viene accusata
rallentato, quasi parlato
Francesco arriva, ma arriva tardi
cherubino nero fa conti bastardi
non puoi volere e pentirti insieme
contraddizione che sfregia le vene
(“pensavi non fossi loico?”)
(il diavolo studia meglio dei tuoi dottori)
dissolvenza, amara, riflessiva
Ora vedi la fiamma che si contorce
non è fuoco, è parola che morde
noi passiamo oltre, io resto qui
consiglio dato, e perso così
(la frode è intelligenza senza etica)
(e brucia più lenta, ma dura in eterno)
Dal latino al beat: confronto tra Dante e la mia versione trap
Nel testo originale, Dante affida a una delle immagini più potenti dell’Inferno il racconto di Guido: la fiamma che parla come il bue di Falaride, strumento di tortura che trasforma il dolore in suono. Nella mia versione, questa immagine si traduce in una voce filtrata, spezzata, costretta, come se il microfono stesso fosse una prigione.
Il “non fui leonine, ma di volpe” diventa un manifesto identitario: nella trap, la furbizia è spesso celebrata, ma qui viene smascherata. Dove Dante costruisce una condanna teologica e morale, il brano trap ne fa una autopsia psicologica, mostrando il meccanismo mentale che porta a giustificare l’ingiustificabile.
La scena dell’assoluzione preventiva, centrale nel canto, trova nel ritornello il suo equivalente contemporaneo: il perdono come contratto, come scorciatoia narrativa che però il fuoco – e il beat – continuano a ricordare. Minosse, i giri di coda, il verdetto finale diventano immagini compatibili con l’immaginario urbano: giudizio, algoritmo, sentenza irrevocabile.
In entrambi i testi, il punto non è l’inganno in sé, ma la pretesa di renderlo moralmente accettabile. Dante lo chiama peccato di frode; questa versione lo chiama “consiglio sporco”. Il risultato, però, non cambia: l’intelligenza senza etica brucia più lentamente, ma per sempre.
