Nel confine dell’errore
Il trentunesimo canto dell’Inferno si colloca in una zona di passaggio, sospesa tra il cerchio dell’ottava bolgia e il baratro finale del Cocito. Dante e Virgilio avanzano in uno spazio ambiguo, “meno che notte e meno che giorno”, dove la percezione è incerta e il senso inganna. In questo limbo visivo e mentale emergono figure gigantesche che inizialmente sembrano torri: sono i Giganti, simboli di una forza smisurata e priva di misura morale.
Il canto affonda le radici in un immaginario medievale che mescola Bibbia, mitologia classica e storia: Nembrot, colpevole della confusione delle lingue dopo la Torre di Babele; Fialte, il ribelle che osò sfidare Giove; Anteo, l’unico libero, ancora capace di parola e di azione. Il contesto storico e sociale è quello di un Medioevo ossessionato dal tema della hybris, la tracotanza che porta l’uomo a oltrepassare i limiti imposti dalla natura e da Dio.
Testo Originale: Canto XXXI
Una medesma lingua pria mi morse,
sì che mi tinse l’una e l’altra guancia,
e poi la medicina mi riporse;
così od’io che solea far la lancia
d’Achille e del suo padre esser cagione
prima di trista e poi di buona mancia.
Noi demmo il dosso al misero vallone
su per la ripa che ’l cinge dintorno,
attraversando sanza alcun sermone.
Quiv’era men che notte e men che giorno,
sì che ’l viso m’andava innanzi poco;
ma io senti’ sonare un alto corno,
tanto ch’avrebbe ogne tuon fatto fioco,
che, contra sé la sua via seguitando,
dirizzò li occhi miei tutti ad un loco.
Dopo la dolorosa rotta, quando
Carlo Magno perdé la santa gesta,
non sonò sì terribilmente Orlando.
Poco portai in là volta la testa,
che me parve veder molte alte torri;
ond’io: «Maestro, di’, che terra è questa?».
Ed elli a me: «Però che tu trascorri
per le tenebre troppo da la lungi,
avvien che poi nel maginare abborri.
Tu vedrai ben, se tu là ti congiungi,
quanto ’l senso s’inganna di lontano;
però alquanto più te stesso pungi».
Poi caramente mi prese per mano,
e disse: «Pria che noi siamo più avanti,
acciò che ’l fatto men ti paia strano,
sappi che non son torri, ma giganti,
e son nel pozzo intorno da la ripa
da l’umbilico in giuso tutti quanti».
Come quando la nebbia si dissipa,
lo sguardo a poco a poco raffigura
ciò che cela ’l vapor che l’aere stipa,
così forando l’aura grossa e scura,
più e più appressando ver’ la sponda,
fuggiemi errore e cresciemi paura;
però che come su la cerchia tonda
Montereggion di torri si corona,
così la proda che ’l pozzo circonda
torreggiavan di mezza la persona
li orribili giganti, cui minaccia
Giove del cielo ancora quando tuona.
E io scorgeva già d’alcun la faccia,
le spalle e ’l petto e del ventre gran parte,
e per le coste giù ambo le braccia.
Natura certo, quando lasciò l’arte
di sì fatti animali, assai fé bene
per tòrre tali essecutori a Marte.
E s’ella d’elefanti e di balene
non si pente, chi guarda sottilmente,
più giusta e più discreta la ne tene;
ché dove l’argomento de la mente
s’aggiugne al mal volere e a la possa,
nessun riparo vi può far la gente.
La faccia sua mi parea lunga e grossa
come la pina di San Pietro a Roma,
e a sua proporzione eran l’altre ossa;
sì che la ripa, ch’era perizoma
dal mezzo in giù, ne mostrava ben tanto
di sovra, che di giugnere a la chioma
tre Frison s’averien dato mal vanto;
però ch’i’ ne vedea trenta gran palmi
dal loco in giù dov’omo affibbia ’l manto.
«Raphél maì amèche zabì almi»,
cominciò a gridar la fiera bocca,
cui non si convenia più dolci salmi.
E ’l duca mio ver lui: «Anima sciocca,
tienti col corno, e con quel ti disfoga
quand’ira o altra passion ti tocca!
Cércati al collo, e troverai la soga
che ’l tien legato, o anima confusa,
e vedi lui che ’l gran petto ti doga».
Poi disse a me: «Elli stessi s’accusa;
questi è Nembrotto per lo cui mal coto
pur un linguaggio nel mondo non s’usa.
Lasciànlo stare e non parliamo a vòto;
ché così è a lui ciascun linguaggio
come ’l suo ad altrui, ch’a nullo è noto».
Facemmo adunque più lungo viaggio,
vòlti a sinistra; e al trar d’un balestro,
trovammo l’altro assai più fero e maggio.
A cigner lui qual che fosse ’l maestro,
non so io dir, ma el tenea soccinto
dinanzi l’altro e dietro il braccio destro
d’una catena che ’l tenea avvinto
dal collo in giù, sì che ’n su lo scoperto
si ravvolgea infino al giro quinto.
«Questo superbo volle esser esperto
di sua potenza contra ’l sommo Giove»,
disse ’l mio duca, «ond’elli ha cotal merto.
Fialte ha nome, e fece le gran prove
quando i giganti fer paura a’ dèi;
le braccia ch’el menò, già mai non move».
E io a lui: «S’esser puote, io vorrei
che de lo smisurato Briareo
esperienza avesser li occhi miei».
Ond’ei rispuose: «Tu vedrai Anteo
presso di qui che parla ed è disciolto,
che ne porrà nel fondo d’ogne reo.
Quel che tu vuo’ veder, più là è molto,
ed è legato e fatto come questo,
salvo che più feroce par nel volto».
Non fu tremoto già tanto rubesto,
che scotesse una torre così forte,
come Fialte a scuotersi fu presto.
Allor temett’io più che mai la morte,
e non v’era mestier più che la dotta,
s’io non avessi viste le ritorte.
Noi procedemmo più avante allotta,
e venimmo ad Anteo, che ben cinque alle,
sanza la testa, uscia fuor de la grotta.
«O tu che ne la fortunata valle
che fece Scipion di gloria reda,
quand’Anibàl co’ suoi diede le spalle,
recasti già mille leon per preda,
e che, se fossi stato a l’alta guerra
de’ tuoi fratelli, ancor par che si creda
ch’avrebber vinto i figli de la terra;
mettine giù, e non ten vegna schifo,
dove Cocito la freddura serra.
Non ci fare ire a Tizio né a Tifo:
questi può dar di quel che qui si brama;
però ti china, e non torcer lo grifo.
Ancor ti può nel mondo render fama,
ch’el vive, e lunga vita ancor aspetta
se ’nnanzi tempo grazia a sé nol chiama».
Così disse ’l maestro; e quelli in fretta
le man distese, e prese ’l duca mio,
ond’Ercule sentì già grande stretta.
Virgilio, quando prender si sentio,
disse a me: «Fatti qua, sì ch’io ti prenda»;
poi fece sì ch’un fascio era elli e io.
Qual pare a riguardar la Carisenda
sotto ’l chinato, quando un nuvol vada
sovr’essa sì, ched ella incontro penda;
tal parve Anteo a me che stava a bada
di vederlo chinare, e fu tal ora
ch’i’ avrei voluto ir per altra strada.
Ma lievemente al fondo che divora
Lucifero con Giuda, ci sposò;
né sì chinato, lì fece dimora,
e come albero in nave si levò.
Meno che Notte
Questa versione trap rilegge il canto come un viaggio mentale nell’errore percettivo e linguistico, trasportandolo in un’atmosfera urbana, scura, rarefatta. Il beat immaginato è minimale e minaccioso, con un flow controllato che cresce progressivamente, proprio come la paura di Dante quando la distanza si accorcia e la verità si rivela.
Il linguaggio trap diventa lo strumento perfetto per raccontare la frattura del senso: slang, riferimenti critici (Contini, Auerbach), frasi spezzate e incisi fuori campo restituiscono l’idea di un mondo dove la comunicazione è rumore e il significato scivola. La scelta di non rendere i giganti figure puramente “mostruose”, ma arroganti, incatenati, inutili, rafforza la lettura simbolica del canto.
Testo Canzone: Meno che Notte (Trap Track)
Meno che notte, meno che giorno, frà
l’aria è spessa, la vista mente, yoh
cammino zitto, nessun sermone
(l’errore nasce da lontano)
Virgilio mi tiene la mano
mentre il buio mi guarda storto
Una lingua mi ha morso prima, brò,
mi ha spaccato la faccia, poi curato però
come Achille, ferita e rimedio
stessa lama, stesso medio
Cammino sul bordo del fosso
misero vallone, zero discorso
Sento un corno che sfonda il cielo
più forte di un tuono, secco, fottuto, vero
(alza gli occhi)
(non è quello che sembra)
Torri in lontananza, pare una città
ma il senso tradisce, non fidarti, fra’
come dice Contini, la parola slitta
e il mondo si piega quando la vista vacilla
Meno che notte, meno che giorno
giganti nel pozzo, guardano intorno
Lingua spezzata, mondo confuso
Nembrot urla, codice chiuso
Meno che notte, meno che giorno
la distanza inganna, io ci sprofondo
Se guardi da lontano sbagli tutto
(avvicinati o resti muto)
Non sono torri, fratellaccio, sono giganti
mezzo corpo fuori, incatenati, arroganti
Natura ha detto basta, stop a ‘sta merda
troppa forza con mente persa
Auerbach direbbe: è la colpa storica
la dismisura che diventa mostruosa, cronica
Quando la testa sposa la violenza
non c’è riparo, zero clemenza
(sfregiato dall’eco)
(ogni lingua è rumore)
“Raphél maì amèche”, suona vuoto
parla solo a sé, linguaggio rotto
Virgilio dice: lascialo stare
ogni parola per lui è mare
Fialte trema, scuote la catena
superbo contro Giove, stessa scena
Braccia mai usate, potenza sprecata
forza senza misura, anima legata
Meno che notte, meno che giorno
la paura cresce mentre mi avvicino
Giganti immobili, odio eterno
(io sento il peso dell’inferno)
Anteo si china, ci prende piano
come Carisenda vista lontano
Scendiamo al fondo, senza rumore
(l’errore muore quando cambia il cuore)
Meno che notte, meno che giorno
qui la misura salva l’uomo
Dal poema al beat: corrispondenze tra Dante e la riscrittura trap
Nel canto originale, l’errore nasce dalla distanza: Dante scambia i giganti per torri, perché lo sguardo umano, quando è lontano, si lascia ingannare. Nella versione trap, questo concetto diventa centrale e viene esplicitato come metafora contemporanea: se guardi da lontano, sbagli tutto.
Nembrot, che in Dante parla una lingua incomprensibile, diventa il simbolo di un codice chiuso, di una comunicazione autoreferenziale che non costruisce ponti. Fialte incarna la potenza sprecata, la forza che si ribella senza progetto e rimane immobilizzata. Anteo, invece, rappresenta l’unica possibilità di passaggio: non è puro caos, ma energia ancora collegata alla terra.
La chiusura del brano ribalta la discesa infernale in una riflessione etica: la misura salva l’uomo. Dove Dante affida il passaggio alla guida di Virgilio e alla forza controllata di Anteo, questa versione affida la salvezza alla consapevolezza, al cambio di sguardo, alla fine dell’errore.
Il senso ultimo del Canto XXXI oggi
Il Canto dei Giganti parla sorprendentemente al presente. È un canto sulla disproporzione tra potere e coscienza, sulla violenza senza linguaggio, sull’incapacità di comunicare. La riscrittura trap mette in luce come questi temi siano ancora vivi: nell’epoca della sovraesposizione e della distanza digitale, il rischio di confondere torri e mostri è più attuale che mai.
