Nel gelo del tradimento
Il Canto XXXIII dell’Inferno è uno dei vertici emotivi e narrativi di tutta la Divina Commedia. Dante si trova nel nono cerchio, Cocito, la zona più profonda e terribile dell’Inferno, dove sono puniti i traditori. Qui il freddo non è solo fisico: è il simbolo dell’assenza totale di amore, di legami umani spezzati, di fiducia violata.
Il canto si apre con una scena di violenza estrema: il conte Ugolino della Gherardesca rode il cranio dell’arcivescovo Ruggieri degli Ubaldini, suo traditore. Ugolino racconta a Dante la propria storia: la prigionia nella Torre della Muda a Pisa, la fame, la morte dei figli rinchiusi con lui e l’orrore di un dolore che supera ogni parola.
Sul piano storico e politico, il canto è una durissima invettiva contro Pisa, colpevole di aver punito dei bambini innocenti per vendetta politica, e una riflessione feroce sulla degenerazione del potere e delle alleanze nel Medioevo italiano.
Il gelo del Cocito, la fame, il tradimento e la disumanizzazione diventano qui pena eterna, ma anche accusa morale rivolta ai vivi.
Testo Originale: Canto XXXIII
La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a’capelli
del capo ch’elli avea di retro guasto.
Poi cominciò: «Tu vuo’ ch’io rinovelli
disperato dolor che ’l cor mi preme
già pur pensando, pria ch’io ne favelli.
Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch’i’ rodo,
parlar e lagrimar vedrai insieme.
Io non so chi tu se’ né per che modo
venuto se’ qua giù; ma fiorentino
mi sembri veramente quand’io t’odo.
Tu dei saper ch’i’ fui conte Ugolino,
e questi è l’arcivescovo Ruggieri:
or ti dirò perché i son tal vicino.
Che per l’effetto de’ suo’ mai pensieri,
fidandomi di lui, io fossi preso
e poscia morto, dir non è mestieri;
però quel che non puoi avere inteso,
cioè come la morte mia fu cruda,
udirai, e saprai s’e’ m’ha offeso.
Breve pertugio dentro da la Muda
la qual per me ha ’l titol de la fame,
e che conviene ancor ch’altrui si chiuda,
m’avea mostrato per lo suo forame
più lune già, quand’io feci ’l mal sonno
che del futuro mi squarciò ’l velame.
Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ’ lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.
Con cagne magre, studiose e conte
Gualandi con Sismondi e con Lanfranchi
s’avea messi dinanzi da la fronte.
In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ’ figli, e con l’agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.
Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti’ fra ’l sonno i miei figliuoli
ch’eran con meco, e dimandar del pane.
Ben se’ crudel, se tu già non ti duoli
pensando ciò che ’l mio cor s’annunziava;
e se non piangi, di che pianger suoli?
Già eran desti, e l’ora s’appressava
che ’l cibo ne solea essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;
e io senti’ chiavar l’uscio di sotto
a l’orribile torre; ond’io guardai
nel viso a’ mie’ figliuoi sanza far motto.
Io non piangea, sì dentro impetrai:
piangevan elli; e Anselmuccio mio
disse: “Tu guardi sì, padre! che hai?”.
Perciò non lacrimai né rispuos’io
tutto quel giorno né la notte appresso,
infin che l’altro sol nel mondo uscìo.
Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,
ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch’io ’l fessi per voglia
di manicar, di subito levorsi
e disser: “Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia”.
Queta’mi allor per non farli più tristi;
lo dì e l’altro stemmo tutti muti;
ahi dura terra, perché non t’apristi?
Poscia che fummo al quarto dì venuti,
Gaddo mi si gittò disteso a’ piedi,
dicendo: “Padre mio, ché non mi aiuti?”.
Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid’io cascar li tre ad uno ad uno
tra ’l quinto dì e ’l sesto; ond’io mi diedi,
già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno».
Quand’ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese ’l teschio misero co’denti,
che furo a l’osso, come d’un can, forti.
Ahi Pisa, vituperio de le genti
del bel paese là dove ’l sì suona,
poi che i vicini a te punir son lenti,
muovasi la Capraia e la Gorgona,
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’elli annieghi in te ogne persona!
Ché se ’l conte Ugolino aveva voce
d’aver tradita te de le castella,
non dovei tu i figliuoi porre a tal croce.
Innocenti facea l’età novella,
novella Tebe, Uguiccione e ’l Brigata
e li altri due che ’l canto suso appella.
Noi passammo oltre, là ’ve la gelata
ruvidamente un’altra gente fascia,
non volta in giù, ma tutta riversata.
Lo pianto stesso lì pianger non lascia,
e ’l duol che truova in su li occhi rintoppo,
si volge in entro a far crescer l’ambascia;
ché le lagrime prime fanno groppo,
e sì come visiere di cristallo,
riempion sotto ’l ciglio tutto il coppo.
E avvegna che, sì come d’un callo,
per la freddura ciascun sentimento
cessato avesse del mio viso stallo,
già mi parea sentire alquanto vento:
per ch’io: «Maestro mio, questo chi move?
non è qua giù ogne vapore spento?».
Ond’elli a me: «Avaccio sarai dove
di ciò ti farà l’occhio la risposta,
veggendo la cagion che ’l fiato piove».
E un de’ tristi de la fredda crosta
gridò a noi: «O anime crudeli,
tanto che data v’è l’ultima posta,
levatemi dal viso i duri veli,
sì ch’io sfoghi ’l duol che ’l cor m’impregna,
un poco, pria che ’l pianto si raggeli».
Per ch’io a lui: «Se vuo’ ch’i’ ti sovvegna,
dimmi chi se’, e s’io non ti disbrigo,
al fondo de la ghiaccia ir mi convegna».
Rispuose adunque: «I’ son frate Alberigo;
i’ son quel da le frutta del mal orto,
che qui riprendo dattero per figo».
«Oh!», diss’io lui, «or se’ tu ancor morto?».
Ed elli a me: «Come ’l mio corpo stea
nel mondo sù, nulla scienza porto.
Cotal vantaggio ha questa Tolomea,
che spesse volte l’anima ci cade
innanzi ch’Atropòs mossa le dea.
E perché tu più volentier mi rade
le ’nvetriate lagrime dal volto,
sappie che, tosto che l’anima trade
come fec’io, il corpo suo l’è tolto
da un demonio, che poscia il governa
mentre che ’l tempo suo tutto sia vòlto.
Ella ruina in sì fatta cisterna;
e forse pare ancor lo corpo suso
de l’ombra che di qua dietro mi verna.
Tu ’l dei saper, se tu vien pur mo giuso:
elli è ser Branca Doria, e son più anni
poscia passati ch’el fu sì racchiuso».
«Io credo», diss’io lui, «che tu m’inganni;
ché Branca Doria non morì unquanche,
e mangia e bee e dorme e veste panni».
«Nel fosso sù», diss’el, «de’ Malebranche,
là dove bolle la tenace pece,
non era ancor giunto Michel Zanche,
che questi lasciò il diavolo in sua vece
nel corpo suo, ed un suo prossimano
che ’l tradimento insieme con lui fece.
Ma distendi oggimai in qua la mano;
aprimi li occhi». E io non gliel’apersi;
e cortesia fu lui esser villano.
Ahi Genovesi, uomini diversi
d’ogne costume e pien d’ogne magagna,
perché non siete voi del mondo spersi?
Ché col peggiore spirto di Romagna
trovai di voi un tal, che per sua opra
in anima in Cocito già si bagna,
e in corpo par vivo ancor di sopra.
Torre di Ghiaccio: l’Inferno diventa trap
Nella mia versione trap, il Canto XXXIII viene trasportato in un linguaggio sonoro contemporaneo, crudo e diretto. Il brano “Torre di Ghiaccio” mantiene il nucleo tragico del testo dantesco ma lo traduce in immagini urbane, claustrofobiche, quasi carcerarie.
La trap diventa lo spazio perfetto per raccontare:
- la fame come ossessione fisica e mentale
- il freddo come isolamento emotivo
- il tradimento come violenza irreparabile
- la voce del padre spezzata dal dolore
Il flow alterna momenti serrati a pause drammatiche, rispecchiando l’andamento del racconto di Ugolino: prima la memoria, poi la prigionia, infine la morte. Gli incisi e le voci fuori campo amplificano il senso di colpa, impotenza e allucinazione, rendendo il brano quasi una confessione registrata nel gelo eterno.
Testo Canzone: Torre di Ghiaccio (Trap Track)
(yoh… frà…)
Sto in gabbia, fratè, la fame che ti spacca
Muri freddi, ghiaccio che mi morde la faccia
(Ma tu non sai, zio, il peso che ho addosso)
Fratè, quattro giorni, il sole non entra, yoh
Morsi le mani, frattazzo, piango in silenzio
(Figli miei, oh fratè, perché non c’è niente)
Ogni giorno un peso, ogni ora un inferno, brò
Lacrime cristallo, studio di linguisti, eh, eco di Sigerico
(Ma la torre è dura, frà, la terra non cede)
Cibo mai, fame pura, dolore che mi gela il core
Zio, tu pensi sia gioco, ma qui il digiuno spacca
Occhi nei loro, fratè, non posso cedere
(Ma loro chiedono, padre…)
Se mangio loro, brò, meno dolore?
Ma lo devo fare, fratè, o resto solo
Torre di ghiaccio, yoh, frà, mi divora
Fame che uccide, zio, anima sfregiata
Morsi e pianti, brò, nella notte oscura
Torre di ghiaccio, fratè, non c’è via d’uscita
Gaddo cade, uno ad uno, occhi vuoti
Io cieco frattazzo, brancolo su di loro
Lacrime congelate, sfregio nel cuore
(Zio, Pisa, maledetta, frà, perché sei lenta?)
Tradimento vicino, Ruggieri ride nell’ombra
(Tutti i Pisan, CAZZO, punizione lenta)
Tolomea prende, corpo separato dall’anima
Fratè, il demonio governa il resto, secco
Frate Alberigo, dattero e fico
Corpi traditori, anime rubate
E io qui, zio, ghiaccio che m’avvolge
Non vedo il cielo, frattazzo, solo morte
Torre di ghiaccio, yoh, frà, mi divora
Fame che uccide, zio, anima sfregiata
Morsi e pianti, brò, nella notte oscura
Torre di ghiaccio, fratè, non c’è via d’uscita
(Maestro, chi muove questo vento?…)
Occhi ghiacciati, frà, pianti senza voce
Torre di ghiaccio, yoh… Torre di ghiaccio
Dal poema alla base: corrispondenze tra Dante e la trap
Il dialogo tra il testo originale e il brano trap è continuo e intenzionale:
- Ugolino narratore
Nel canto dantesco Ugolino parla in prima persona a Dante; nel brano trap la sua voce diventa quella di un uomo intrappolato, che racconta direttamente all’ascoltatore, senza filtri letterari. - La Torre della Muda / Torre di Ghiaccio
La torre storica diventa un simbolo assoluto: una prigione mentale e fisica, fredda, senza tempo, che nella trap assume i contorni di una cella moderna, disumanizzante. - La fame che vince sul dolore
Il celebre verso “Poscia, più che ’l dolor, poté ’l digiuno” viene rielaborato come ossessione sonora: il digiuno non è solo mancanza di cibo, ma annientamento dell’identità. - Il tradimento politico
Ruggieri, Pisa, Tolomea e i traditori dell’ospitalità diventano figure di un sistema corrotto, facilmente leggibile anche in chiave contemporanea: potere, alleanze, corpi sacrificabili. - Il gelo del Cocito
In Dante il ghiaccio immobilizza anche le lacrime; nella trap il gelo è emotivo, mentale, una condizione permanente che non permette catarsi né redenzione.
