Il cuore di ghiaccio dell’Inferno
Il Canto XXXIV dell’Inferno rappresenta il punto più basso e definitivo del viaggio infernale. Dante e Virgilio giungono nella Giudecca, il lago di ghiaccio dove sono puniti i traditori dei benefattori. Qui non c’è fuoco, non c’è caos: il male assoluto è immobile, freddo, muto.
Al centro della terra si erge Lucifero, l’angelo più bello mai creato, ora trasformato nell’essere più mostruoso. Le sue tre facce maciullano eternamente Giuda, Bruto e Cassio, simboli del tradimento supremo. Il vento generato dalle sue ali congela il Cocito: il male produce solo immobilità e gelo.
Storicamente e socialmente, Dante costruisce una teologia morale rigidissima: il tradimento è il peccato più grave perché distrugge la fiducia, fondamento di ogni comunità umana e divina. Ma questo canto non è solo la fine dell’Inferno: è anche il passaggio, il punto di rovesciamento. Attraversato il centro della terra, il cammino cambia direzione. Da qui inizia la risalita.
Il verso finale, “E quindi uscimmo a riveder le stelle”, è uno dei più celebri della letteratura mondiale: dopo il gelo, torna la speranza.
Testo Originale: Canto XXXIV
«Vexilla regis prodeunt inferni
verso di noi; però dinanzi mira»,
disse ’l maestro mio «se tu ’l discerni».
Come quando una grossa nebbia spira,
o quando l’emisperio nostro annotta,
par di lungi un molin che ’l vento gira,
veder mi parve un tal dificio allotta;
poi per lo vento mi ristrinsi retro
al duca mio; ché non lì era altra grotta.
Già era, e con paura il metto in metro,
là dove l’ombre tutte eran coperte,
e trasparien come festuca in vetro.
Altre sono a giacere; altre stanno erte,
quella col capo e quella con le piante;
altra, com’arco, il volto a’ piè rinverte.
Quando noi fummo fatti tanto avante,
ch’al mio maestro piacque di mostrarmi
la creatura ch’ebbe il bel sembiante,
d’innanzi mi si tolse e fé restarmi,
«Ecco Dite», dicendo, «ed ecco il loco
ove convien che di fortezza t’armi».
Com’io divenni allor gelato e fioco,
nol dimandar, lettor, ch’i’ non lo scrivo,
però ch’ogne parlar sarebbe poco.
Io non mori’ e non rimasi vivo:
pensa oggimai per te, s’hai fior d’ingegno,
qual io divenni, d’uno e d’altro privo.
Lo ’mperador del doloroso regno
da mezzo ’l petto uscìa fuor de la ghiaccia;
e più con un gigante io mi convegno,
che i giganti non fan con le sue braccia:
vedi oggimai quant’esser dee quel tutto
ch’a così fatta parte si confaccia.
S’el fu sì bel com’elli è ora brutto,
e contra ’l suo fattore alzò le ciglia,
ben dee da lui proceder ogne lutto.
Oh quanto parve a me gran maraviglia
quand’io vidi tre facce a la sua testa!
L’una dinanzi, e quella era vermiglia;
l’altr’eran due, che s’aggiugnieno a questa
sovresso ’l mezzo di ciascuna spalla,
e sé giugnieno al loco de la cresta:
e la destra parea tra bianca e gialla;
la sinistra a vedere era tal, quali
vegnon di là onde ’l Nilo s’avvalla.
Sotto ciascuna uscivan due grand’ali,
quanto si convenia a tanto uccello:
vele di mar non vid’io mai cotali.
Non avean penne, ma di vispistrello
era lor modo; e quelle svolazzava,
sì che tre venti si movean da ello:
quindi Cocito tutto s’aggelava.
Con sei occhi piangea, e per tre menti
gocciava ’l pianto e sanguinosa bava.
Da ogne bocca dirompea co’ denti
un peccatore, a guisa di maciulla,
sì che tre ne facea così dolenti.
A quel dinanzi il mordere era nulla
verso ’l graffiar, che talvolta la schiena
rimanea de la pelle tutta brulla.
«Quell’anima là sù c’ha maggior pena»,
disse ’l maestro, «è Giuda Scariotto,
che ’l capo ha dentro e fuor le gambe mena.
De li altri due c’hanno il capo di sotto,
quel che pende dal nero ceffo è Bruto:
vedi come si storce, e non fa motto!;
e l’altro è Cassio che par sì membruto.
Ma la notte risurge, e oramai
è da partir, ché tutto avem veduto».
Com’a lui piacque, il collo li avvinghiai;
ed el prese di tempo e loco poste,
e quando l’ali fuoro aperte assai,
appigliò sé a le vellute coste;
di vello in vello giù discese poscia
tra ’l folto pelo e le gelate croste.
Quando noi fummo là dove la coscia
si volge, a punto in sul grosso de l’anche,
lo duca, con fatica e con angoscia,
volse la testa ov’elli avea le zanche,
e aggrappossi al pel com’om che sale,
sì che ’n inferno i’ credea tornar anche.
«Attienti ben, ché per cotali scale»,
disse ’l maestro, ansando com’uom lasso,
«conviensi dipartir da tanto male».
Poi uscì fuor per lo fóro d’un sasso,
e puose me in su l’orlo a sedere;
appresso porse a me l’accorto passo.
Io levai li occhi e credetti vedere
Lucifero com’io l’avea lasciato,
e vidili le gambe in sù tenere;
e s’io divenni allora travagliato,
la gente grossa il pensi, che non vede
qual è quel punto ch’io avea passato.
«Lèvati sù», disse ’l maestro, «in piede:
la via è lunga e ’l cammino è malvagio,
e già il sole a mezza terza riede».
Non era camminata di palagio
là ’v’eravam, ma natural burella
ch’avea mal suolo e di lume disagio.
«Prima ch’io de l’abisso mi divella,
maestro mio», diss’io quando fui dritto,
«a trarmi d’erro un poco mi favella:
ov’è la ghiaccia? e questi com’è fitto
sì sottosopra? e come, in sì poc’ora,
da sera a mane ha fatto il sol tragitto?».
Ed elli a me: «Tu imagini ancora
d’esser di là dal centro, ov’io mi presi
al pel del vermo reo che ’l mondo fóra.
Di là fosti cotanto quant’io scesi;
quand’io mi volsi, tu passasti ’l punto
al qual si traggon d’ogne parte i pesi.
E se’ or sotto l’emisperio giunto
ch’è contraposto a quel che la gran secca
coverchia, e sotto ’l cui colmo consunto
fu l’uom che nacque e visse sanza pecca:
tu hai i piedi in su picciola spera
che l’altra faccia fa de la Giudecca.
Qui è da man, quando di là è sera;
e questi, che ne fé scala col pelo,
fitto è ancora sì come prim’era.
Da questa parte cadde giù dal cielo;
e la terra, che pria di qua si sporse,
per paura di lui fé del mar velo,
e venne a l’emisperio nostro; e forse
per fuggir lui lasciò qui loco vòto
quella ch’appar di qua, e sù ricorse».
Luogo è là giù da Belzebù remoto
tanto quanto la tomba si distende,
che non per vista, ma per suono è noto
d’un ruscelletto che quivi discende
per la buca d’un sasso, ch’elli ha roso,
col corso ch’elli avvolge, e poco pende.
Lo duca e io per quel cammino ascoso
intrammo a ritornar nel chiaro mondo;
e sanza cura aver d’alcun riposo,
salimmo sù, el primo e io secondo,
tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle.
Testo Canzone: Ghiaccio e Stelle (Trap Track)
Yo, frà, siamo giù dove il gelo ti taglia la pelle,
Lucifero in croce, tre volti inchiodati, il cielo è disfatto (yoh, fratello).
(“Vexilla regis prodeunt inferni…”)
Spacca, spacca, frà, senti il vento che morde le ombre,
un vortice nero di nebbia, il gelo che ti pietrifica dentro.
Io non morì, non rimasi vivo, zio,
tra un gigante e l’angelo caduto, mi sentivo svanito, brò.
Tra le ali di pipistrello, tre venti che mi soffiano addosso,
e Cocito si gela, fratè, sangue e pianto che cola giù.
(Giuda Scariotto, Bruto, Cassio, frà… occhi ovunque)
Se lo leggi Severino, capisci che il male è strutturato,
ogni peso al centro, ogni torto calibrato.
Ghiaccio e stelle, brò, tra il buio e il dolore,
io cammino col maestro, fratè, tra fottuti orrori.
Sotto il gelo, sopra il cielo, yoh, non c’è amore,
ma oltre l’abisso, frà, riveder le stelle è il calore.
(E quindi uscimmo a riveder le stelle)
Tre facce, tre menti, sei occhi che piangono, spacca!
Lucifero fermo, metà brutto, metà bellezza antica.
Strappi pelle e carne, fratè, tra denti e graffi,
ogni peccato diventa sfregio, la pena è pazzesca, zio.
Virgilio mi guida, passo per passo, tra velli e croste di ghiaccio,
saliamo su, occhi verso la luce, frà, scappa via il masso.
Sotto l’emisperio contraposto, fratè, cammino fottuto,
tra terre che si spostano e mari che tremano, yoh, non c’è scampo.
La Giudecca sotto i piedi, la paura che ti chiude la gola,
ma il maestro dice: “Lèvati, la via è lunga e il sole ride”.
Ghiaccio e stelle, brò, tra il buio e il dolore,
io cammino col maestro, fratè, tra fottuti orrori.
Sotto il gelo, sopra il cielo, yoh, non c’è amore,
ma oltre l’abisso, frà, riveder le stelle è il calore.
(E quindi uscimmo a riveder le stelle)
Yo, frà… ghiaccio che ti prende, inferno che ti stringe,
ma le stelle… le stelle, zio, ti ridanno respiro.
(E quindi uscimmo a riveder le stelle)
Ti ho fottuto io, INFERNO MALEDETTO!
ahahahahahahahahahahahahah!
Grazie maestro Virgilio! Adesso vedo le stelle!
Lode a te, Lode a NOI!
Missione compiuta fratè! Yò BRò!
Ghiaccio, bassi e rinascita
Atmosfera e stile della mia versione trap
La mia versione trap trasforma il Canto XXXIV in un viaggio sonoro oscuro e cinematico, dove il gelo diventa bassi profondi e il vento infernale si traduce in riverberi e voci distorte. Il linguaggio è crudo, urbano, diretto, ma conserva una forte aderenza simbolica al testo originale.
Il flow alterna parti lente e pesanti – per rendere l’immobilità del Cocito – a sezioni più incalzanti che accompagnano la risalita finale. L’autotune leggero sul ritornello amplifica il contrasto tra disperazione e liberazione, mentre le citazioni dirette (“Vexilla regis…”, “E quindi uscimmo a riveder le stelle”) mantengono un legame esplicito con Dante.
Lucifero diventa una presenza quasi industriale, una macchina del dolore ferma ma onnipresente. Virgilio è il punto di equilibrio: guida, bussola morale, voce razionale in mezzo al caos emotivo.
Dal ghiaccio medievale al gelo moderno
Nel testo di Dante, l’Inferno non urla: gela. Allo stesso modo, nella mia versione trap il male non esplode, ma schiaccia lentamente, con immagini ripetute, ossessive, quasi claustrofobiche.
- Lucifero: da simbolo teologico del male assoluto diventa un’icona trap oscura, ferma, gigantesca, più simile a un’entità che a un mostro.
- Il tradimento: nel poema è una colpa cosmica; nel brano trap assume una lettura contemporanea, come struttura del male, qualcosa di “calibrato” e sistemico.
- Virgilio: resta il maestro, ma assume un ruolo quasi da “guida di strada”, una voce che ti dice quando rialzarti.
- Le stelle: nel testo originale sono la salvezza spirituale; nella mia versione diventano anche respiro, luce mentale, riscatto personale.
Il passaggio dal basso verso l’alto, dal gelo alla luce, è il punto in cui Dante e il linguaggio trap si incontrano perfettamente: toccare il fondo per poter risalire.
Riveder le stelle (anche oggi)
Il Canto XXXIV è la dimostrazione che l’Inferno non è l’ultima parola. Anche quando tutto sembra fermo, bloccato, congelato, esiste un punto di svolta. La mia versione trap prova a raccontare proprio questo: il momento in cui capisci che puoi cambiare direzione.
Non è una celebrazione del male, ma il suo superamento. Dopo il ghiaccio, dopo il centro del dolore, resta una sola cosa da fare: rivedere le stelle.
